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“Zaffiri” infiltrati e colorati dal cobalto. Sapere l’essenziale, ma saperlo tutti

Nel campo orafo si è creato un solco tra chi studia i fenomeni inerenti le gemme e gli operatori. I primi spesso arroccati a difesa di tecnicismi ai più incomprensibili e i secondi, alle prese con la dura quotidianità, snobbano la gemmologia vista come un esercizio superfluo o un’ostentazione da saputelli. Tra chi sa tutto, chi poco e chi nulla il nuovo trattamento degli zaffiri provocherà truffe e ancora perdita di credibilità alla nostra categoria?

L’indagine al microscopio rivela, in prossimità delle fratture riempite, bolle di gas e il tipico “effetto flash” con riverberi gialli-rossi-viola.

Quando alla fine degli anni 90 fu commercializzata la Moissante, questa fu subito classificata “facile da identificare” dagli istituti gemmologici. Infatti per le sue caratteristiche fisiche la moissanite si distingue dal diamante per densità, durezza, dispersione, birifrangenza, conducibilità elettrica oltre che per le caratteristiche inclusioni interne; tante, troppe differenze perché gli operatori capaci ed attrezzati potessero scambiarla per diamante. Molti pesci però rimasero nella rete, onesti artigiani o anche gioiellieri di grido troppo vicini ai bilanci e troppo lontani dal banchetto, dagli strumenti e dai giornali. La storia si ripeté con i “rubini” al vetro piombo. L’avanguardia gemmologica ne scrisse presto e tanto. Ma il messaggio non ci salvò da truffe ed incidenti con lesione grave della propensione a spendere da parte del confuso consumatore.  Tutti sapevano e  pochi se ne accorsero. Nell’ultimo viaggio in Thailandia abbiamo avuto la possibilità di imbatterci sul mercato in un nuovo prodotto manipolato in laboratorio: all’apparenza corindoni blu a buon mercato. Ebbene queste pietre sono ricavate da grezzi semi-opachi, biancastri, fessurizzati e poco attraenti e vengono migliorate nell’aspetto (con lo stesso procedimento di riempimento utilizzato da anni per il rubino e per il diamante) fino ad apparire   gemme dalla parvenza accattivante di un interessante colore blu. Le fratture abbondanti di questo corindone sono riempite da un vetro al piombo colorato dal cobalto che conferisce alla pietra trasparenza e colore. Identificare queste pietre è un gioco da ragazzi per un gemmologo: presenza di evidenti “macchie cromatiche” all’interno della pietra, abbondanza di bolle di gas e  tanti effetti flash percepibili inclinando la pietra sotto una fonte luminosa. Operazione semplice. Basta un ingrandimento a 10x, un comune, economico lentino.


Ma riflettiamo. Anche il Gattopardo col suo telescopio, nel famoso romanzo, annotava incantate osservazioni sui pianeti dalla sua splendida terrazza mentre il mondo fuori andava a rotoli. Svelare le reali caratteristiche di una gemma o presunta tale è un esercizio di abilità per pochi eletti? No, il gemmologo dovrebbe essere chiamato a vigilare con continuità nella viva realtà del business. Va bene il rigore: dobbiamo conoscere bene il fenomeno. Ma lo dobbiamo anche conoscere tutti. Siamo veramente sicuri che qualche incauto orafo non cada nel solito tranello, adescato dal solito prezzo appetibile? E i più scaltri non abuseranno impropriamente del nome “zaffiro” per arricchirsi indebitamente? I tempi e gli strumenti dell’osservazione scientifica, per quanto tempestiva possa essere, sono una cosa. Il  feedback dei caotici flussi commerciali, una volta che si proceda nei meandri via via più periferici, è tutt’altra cosa. In questo limbo ambiguo prosperano i vari alchimisti di tutto il mondo che ogni anno sfornano imitazioni e trattamenti sempre più difficili da identificare nella consapevolezza che l’abbellimento artificiale può creare profitti facili. L’unico baluardo per bloccare questa escalation è l’informazione e la collaborazione tra le varie parti in causa. Sapere bene ma, soprattutto, sapere tutti, cioè divulgare  tenacemente i metodi di trattamento attribuendo dunque il reale valore alle pietre. In un mercato sempre più diffidente, dare al consumatore finale delle certezze qualitative è diventato una priorità. Lo sanno bene i grandi marchi che investono i loro budget pubblicitari non più in testimonial ma in certificazioni di provenienza dei loro beni primari. E i piccoli produttori e i commercianti? Al momento stanno a guardare. “Arrangiatevi” apostrofava il grande Totò. Che però aggiungeva pure “chi si ferma è perduto”. Rimbocchiamoci le pratiche perché le pratiche di identificazione siano alla portata di tutti e la gemmologia non sia un rito in latino officiato da una setta di eletti.


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