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Vicenzaoro, il diamante sintetico non è per l’alta gioielleria

«Il mercato deve distiguere tra chi garantisce al consumatore di acquistare un diamante naturale e chi invece non dice tutta la verità». È categorico Daniele Bruni, figlio di Pasquale e gemmologo della maison, tra i relatori dell’incontro “I piccoli diamanti parlano: Anche noi siamo trasparenti” organizzato da Geci, Gemmlogical education certification institute, nell’ambito di VicenzaOro September.

Con lui, ad analizzare una questione molto sentita all’interno del settore, Alberto Osimo, presidente di Geci, che ha moderato l’evento; Jamie Clark, direttore commerciale di Iidgr, l’International institute of diamond grading & research; Simon Lawson, direttore di De Beers Technologies Uk e Fabio Gervasi, sempre dell’azienda valenzana.

«Il diamante – continua Bruni – è un oggetto emozionale, viene dalla terra, è bellissimo. Chi lo acquista lo fa per l’emozione e l’impulso, non può essere incerto. Se vuole un sintetico, va bene, ma allora non è alta gioielleria. Noi, invece, vogliamo dare qualcosa di unico, per questo da sempre siamo attenti ad avere materie prime di qualità e certificate sia come “blood free”, sia garantendo che che il diamante sia naturale. Per farlo serve la collaborazione con laboratori come quello di Geci».

«Bisogna aiutare il consumatore ad orientarsi – conclude – Il Millennial, oggi, trova un’offerta assai variegata, con prezzi differenti, e deve capire cosa acquista. Vogliamo che il cliente apprezzi ciò che facciamo, scegliendo fornitori e persone che possano garantirci. Se si vuole essere un brand bisogna operare così».

Il problema, soprattutto, riguarda il melée, più difficilmente analizzabile, nel quale non raramente si trovano mischiati naturale e sinintetico. Un argomento sul quale Clark ha rassicurato i presenti. «Sul melée serve molta attenzione, perché spesso viene scambiato per strada e i sacchetti sono aperti. Noi offriamo un servizio ad hoc su larga scala, disponibili in laboratori in tutto il mondo, anche in località critiche. I Millennial oggi sono attenti, vogliono qualcosa che a monte non abbia danneggiato l’ambiente e che sia etico. Per questo abbiamo un rapporto stabile con Geci e se siamo arrivati a questo punto è proprio grazie a collaborazioni come questa, che hanno reso possibile il servizio».

È toccato invece a Lawson illustrare tecnicamente i processi che permettono a De Beers di distinguere sintetico e naturale, ma anche raccontare il lungo lavoro di ricerca della’azienda olandese. «Il primo laboratorio è stato aperto 65 anni fa e dagli anni Cinquanta abbiamo sviluppato diamanti sintetici per utilizzo industriale. Oggi si possono creare pietre che sfidano i macchinari di analisi. Continuiamo ad investire perché il consumatore deve essere informato: solo il diamante naturale, nato dal ventre della terra, può rappresentare l’amore e l’impegno. E porteremo avanti la ricerca per creare strumenti per affrontare le nuove sfide, che presenteremo nei prossimi mesi e anni».


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