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Vicenza Charm 2009: raccontata da un operatore

Si è celebrata dal 16 al 20 maggio l’edizione 2009 di Vicenza Charm in un clima palesemente dimesso senza tuttavia che il mesto coro delle sventurate Cassandre (siano esse espositori insoddisfatti o visitatori depressi) infici la voglia di guardare il futuro nei mille possibili modi prefigurati dai nuovi scenari. Il Tempio del gioiello, una volta brulicante di visitatori esteri e nazionali, dai corridoi intasati, dalle chilometriche liste d’attesa per accedervi come espositori, si presenta agli occhi del visitatore non molto diverso, in fondo, da come appariva nei tempi ormai andati: 1300 espositori (di cui il 25% esteri, in deciso aumento gli standisti provenienti dall’Italia meridionale), grandi strutture realizzate da case di prestigio, una nutrita sezione di eventi di livello, una buona accoglienza degli organizzatori. Ma anche questi, in fase di presentazione non abbondavano in ottimismo; il direttore generale Domenico Gilardi ha accennato senza giri di parole alle gravi difficoltà del comparto orafo, agli indicatori negativi e all’evidente defezione di marchi importanti. In effetti l’assenza di Pianegonda è sulla bocca di tutti sin dagli esordi. Cosimo Caruso, esperto gioielliere napoletano del tradizionale Borgo Orefici ci confessava di girare per gli stand non più per generici acquisti, ma proprio per valutare attentamente la reale consistenza di questi famosi “brand”. Fresco di studi sull’argomento, Caruso ci ha confidato che l’uso della parola “brand” gli appare abusato e improprio perché a suo avviso molti marchi del settore gioielleria in Italia sono deboli e la comunicazione promozionale piuttosto carente. Non basta in pratica l’autoproclamazione per ottenere di fatto lo status di marchio di gioielleria.

In effetti il visitatore di questa manifestazione ha un comportamento più vigile del passato. Non esistono più i santuari inviolabili, tutto è messo in discussione. Non solo i più smaliziati si rendono conto che qualche nome celebrato del made in Italy esibisce con eccessiva disinvoltura gioielli che tradiscono evidente gusto e fattura orientale. Su questo punto ha insistito Jannelli, produttore storico di semilavorati e montature d’oro a Valenza. Lui è uno di quelli che il lavoro in questa fiera lo ha, grazie a un a presenza pluridecennale ed a un portafoglio clienti ampiamente fidelizzato che ama l’appuntamento fieristico e la classica finitura valenzana.

“Ci sono alcune aziende a Valenza che hanno scommesso su un effetto crescita che non poteva manifestarsi nel nuovo contesto della crisi” – ci ha detto Jannelli. “Da ciò si è originato un massiccio ricorso al credito non confortato da vendite significative. Risultato finale: ingresso di partner produttori stranieri, oggetti snaturati, collezioni incerte”. I clienti sembrano accorgersi dello stato di salute degli espositori perché chi osa, chi lavora sul design, chi sperimenta nuovi materiali (abbiamo visto ancora legno, resine, tagli di pietre meno tradizionali) ha registrato – se non vendite rapportabili alle edizione più fortunate – almeno l’interesse tangibile dei visitatori. È indubbio che nei padiglioni più prestigiosi molte vetrine conservino un appeal di grande impatto. Ma il “Made in Italy” esige maggior rigore in tutti i dettagli per potersi collocare come indiscusso segno d’eccellenza. Basilea appare ancora un po’ lontana.

Infatti non si possono giudicare collezioni di gran pregio (che si vedono, per fortuna, ancora spesso) quando ci si trovi, magari a distanza di un corridoio, in presenza di molte ambiguità nei criteri di utilizzo e di descrizione delle gemme impiegate. Niente da dire sull’uso ampio di materiali sintetici quando tramite questi si raggiungono effetti di taglio e di colorazioni non ottenibili con gemme naturali: questo è il sale della creatività nostrana e certo non rende il gioiello meno prezioso. Non può però passare inosservato il dilagante utilizzo da parte anche di firme insospettabili di rubini riempiti al vetro piombo, non sempre dichiarati per la loro esatta natura e nel loro preciso valore (esiguo). Il padiglione internazionale è un esempio vivente di gran confusione gemmologica. Nella Babele può capitare di ottenere materiale certificato in modo assai discutibile.

È da Assogemme, nuovo soggetto associativo costituto da operatori di pietre, che si potrà forse sentire nel prossimo futuro una spinta verso atteggiamenti più rigorosi. Sulla sezione Gem World (promossa proprio in collaborazione con Assogemme) che avrebbe dovuto suggellare l’acquisizione, dalla fiera di Rimini, di un comparto specialistico preciso, le gemme nelle tantissime declinazioni di esse possibili, è opportuno sospendere il giudizio. Troppo pochi erano gli stand, forse frettolosa l’adesione. Ma nelle parole di Paola Pozzato di Paigem si respira un moderato ottimismo. A suo avviso bisognerebbe accorpare l’offerta di pietre (espositori storici e nuovi) in un unico spazio più qualificato e meno dispersivo per il visitatore costretto a inseguire le gemme un po’ dappertutto. Inoltre è avvertita l’esigenza di un laboratorio gemmologico che esprima giudizi immediati durante la manifestazione.

Il settore del corallo si è allineato coerentemente ai diffusi bollettini col segno meno. Crollo degli acquirenti americani solo in parte compensato dall’emergente est europeo, diminuzione radicale dell’affluenza, eccesso di manifestazioni a livello internazionale: questi sono i temi su cui c’e unanime accordo tra i navigati operatori torresi. Tra di loro si è manifestato il rammarico circa i numerosi spazi vuoti visibili passeggiando nei corridoi. Sarebbe stato meglio – dicono – chiudere del tutto un padiglione, senza sacrificare la continuità delle vetrine degli stand. Francesco Del Gatto, storico esportatore ed espositore presente a Vicenza da decenni, ha proposto una vetrina densa di novità, ove il corallo è coniugato con materiali innovativi (spinelli, ametiste africane, zaffiri rosa). Considera ormai Vicenza Charm parte della sua comunicazione aziendale piuttosto che un’occasione di vendite immediate e ha idee tanto chiare quanto gli accostamenti cromatici dei suoi gioielli. A suo avviso il binomio gioiello-moda è vistosamente esasperato a causa della rincorsa a colmare l’inevitabile vuoto evidenziatosi con la crisi. Il vero binomio, quello connaturato storicamente all’arte del gioiello, associa il pezzo di oreficeria all’atmosfera della cultura che lo produce. Il concetto di “brand”, parimenti, tende a negare il contenuto di valore reale della gioielleria, quella preziosità intrinseca, espressione di natura distinta dal mondo della moda e dell’abbigliamento.

L’accento posto sul continuo rinnovamento delle linee da parte delle “griffe” determina una serie di conseguenze operative sull’attività di Abhishek Rawat (Sigi Group, produzione di montature in Tailandia, distribuzione diretta in Italia). “Tecniche di produzione, continua revisione verso il basso dei prezzi e attenzione totale ai nuovi trend: tre pilastri necessari a pilotare il cambiamento” – ha sostenuto l’imprenditore indiano – “ma il tutto non basterà ad annullare gli effetti della contrazione del lavoro. La ripresa non ci sarà se anche Vicenza non ridisegnerà il proprio ruolo tornando ad attrarre visitatori da tutta l’Europa”. A suo avviso l’edizione di maggio ha comportato un calo del 40% delle presenze italiane e una contrazione ancora più marcata degli ospiti esteri. Chi ha ordinato merce dalle sue linee lo ha fatto per migliorare l’assortimento; non si compra certo per investire cifre interessanti come in passato.

In effetti stiamo assistendo ad una sorta di polarizzazione dell’offerta e la ripartizione degli spazi in fiera lo dimostra. Da un lato le grandi aziende realizzano stand spettacolari di impostazione faraonica e aspirano a tagliare finalmente l’ultimo diaframma del lungo percorso intrapreso per diventare marchi di grande richiamo, capaci di influenzare il punto vendita con l’appeal ineludibile esercitato dalla promozione mirata al consumatore finale. La loro azione influenza il mercato fissando stili e tendenze. D’altro lato le piccole (ma spesso ancora flessibili) aziende o si misurano con questi trend o si reinventano facendo leva sulle basi della loro storia. Ma in esse permane spesso cautela circa le parole magiche del marketing, calate dall’alto ormai come uno stanco refrain. Spostamento della distribuzione del lavoro orafo su scala planetaria, crisi economica globale, mutazione dei modelli di consumo alternativi al gioiello, crescita esponenziale di mercati asiatici sensibili al lusso: troppi processi di portata poderosa perché Vicenza Charm di maggio possa, da sola, offrire certezze o mostrare percorsi infallibili. Qualcuno è andato via, altri espositori debuttano con il realismo del momento ma non privi di entusiasmo. Novità si annunciano nei piani dell’Ente fieristico. Più o meno ci siamo ancora tutti. Lo spettacolo, accada quel che accada, può andare avanti.


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