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Venezia: La Collezione Al Thani tra ricchezza e stupore

Alla Fondazione Musei Civici di Venezia è in chiusura la bellissima e preziosissima mostra Tesori dei Moghul e dei Maharaja. La Collezione Al Thani. Un evento di grande levatura che ha messo in evidenza – con più di duecentocinquanta oggetti di gioielleria – un patrimonio materiale e culturale di primo piano, frutto di un collezionismo illuminato e di una bellezza da restare storditi.


NON È SOLO UN’ESPOSIZIONE, MA ANCHE UN PERCORSO PER POTER RIFLETTERE SULLE RELAZIONI SECOLARI CHE LA SERENISSIMA INTESSEVA CON TUTTO IL MONDO E NELLA FATTISPECIE CON UN ORIENTE RAFFINATO E COLTO.

La Collezione Al Thani_ Mostra Venezia 3
Anello da falconeria. Oro, rubini, smeraldi (1775-1799)

Gemme e gioielli (di qualunque natura e valore a seconda delle appartenenze culturali e sociali) sono sempre stati parte integrante della vita quotidiana e dell’abbigliamento delle civiltà indiane; uso che ha sostenuto una vastissima produzione di manufatti, patrimonio di creatività e artigianato dal valore inestimabile.

LA MOSTRA È ANCHE UN’OPPORTUNITÀ PER CONOSCERE TUTTE QUELLE RAFFINATE TECNICHE DI LAVORAZIONE TENUTE IN GRAN CONSIDERAZIONE DAI VIAGGIATORI E DAI GRANDI COLLEZIONISTI CHE ALL’EPOCA COMMERCIAVANO IN ORIENTE.

In primis la tecnica kundan con cui le gemme venivano incastonate senza l’uso di griffe evidenti, appoggiate direttamente su foglia d’oro o d’argento, creando così riflessi brillanti che conferiscono alle pietre una particolare lucentezza. Non solo, il taglio delle pietre, a differenza di quanto avviene in Occidente, è fortemente legato alle dimensioni del grezzo che durante la lavorazione si cerca di conservare, asportando così solo l’essenziale. C’è poi il sapiente uso degli smalti che fece la sua comparsa nel periodo dei Moghul, molto probabilmente – come racconta Amir Jaffer, la curatrice – in seguito all’arrivo alla corte imperiale di raffinati gioielli smaltati rinascimentali, dono di ambasciatori europei. Gli artigiani Moghul la tradussero nelle loro creazione con tale maestria e creatività che lo smalto finì con l’occupare un posto di primo piano nella gioielleria indiana.

I gioielli esposti fanno parte della collezione dello sceicco Hamad Bin Abdullah Al Thani

nata da una passione personale che ha mirato nell’immediato a pezzi di altissima caratura, caratterizzando l’altissimo valore dell’insieme. La preziosissima raccolta rappresenta un percorso storico sostenuto dalla maestria artigiana e dalla bellezza che racchiude nel suo nucleo i valori della cultura indiana e tutta la raffinatezza della sua gioielleria.

Girocollo di runini di Patiala. Cartier, Parigi 1931 (Rubini, diamanti, perle e platino)
Girocollo di runini di Patiala. Cartier, Parigi 1931 (rubini, diamanti, perle e platino)

Ma lo sceicco ha incluso nella sua collezione anche pezzi disegnati in Europa per i principi locali, in particolare gioielli disegnati da Cartier come il celebre choker di grani di rubino del 1931, o l’ornamento da turbante disegnato a Londra nel 1937 che presenta un diamante color oro di 61,5 carati.

Ornamento per turbante "Occhio di tigre" Cartier, Londra 1937 (platino, diamanti, e diamante Occhio di Tigre 61,5 ct)
Ornamento per turbante “Occhio di tigre” Cartier, Londra 1937 (platino, diamanti, e diamante Occhio di Tigre 61,5 ct)

Accanto ai gioielli, anche le gemme hanno suscitato la passione dello sceicco che ne ha raccolte diverse e di gran pregio, come l’Occhio dell’Idolo, un diamante blu di 70 carati, considerato tra i più grandi del mondo tra quelli tagliati e secondo una leggenda proveniente dall’occhio dell’effige di una divinità indù.

Occhio dell?Idolo. Diamante Azzurro (purezza VVS2, 70,2 ct)
Occhio dell’Idolo. Diamante Azzurro (purezza VVS2, 70,2 ct)

Fra le altre pietre c’è poi lo smeraldo Taj Mahal (141,13 carati), una pregiata gemma intagliata che faceva già parte del Collier Bérénice disegnato sempre da Cartier e presentato a Parigi nel 1925 all’Esposizione internazionale di arti decorative (rimasto invenduto il gioiello vene rismontato e le pietre vendute separatamente).

Smeraldo Taj Mahal. India 1650-1700 (141,13 ct)
Smeraldo Taj Mahal. India 1650-1700 (141,13 ct)

Gli smeraldi erano molto apprezzati dalle dinastie islamiche indiane poiché il colore verde era il preferito dal profeta Maometto, ma anche i diamanti lo erano perché il loro colore e la loro durezza rappresentavano l’indistruttibilità associata generalmente alla figura maschile.

Girocollo del nizam di Hyderabad. India, 1850-1875 (gli otto diamanti hanno un peso compreso tra i 10 e 15 carati)
Girocollo del nizam di Hyderabad. India, 1850-1875 (gli otto diamanti hanno un peso compreso tra i 10 e 15 carati)

E di diamanti, infatti, non ne mancano nella collezione che può vantare eccezionali monili come le collane indossate proprio da uomini che racchiudono diamanti tagliati secondo la più attenta ed avanzata tecnologia.

Il principe ereditario Ripudaman Singh di Nabha (1900-1903) indossa nella foto il Girocollo del nizam di Hyderabad
Il principe ereditario Ripudaman Singh di Nabha (1900-1903) indossa nella foto il Girocollo del nizam di Hyderabad

Infine, molti oggetti esposti, rappresentano elementi della quotidianità, regale ma sempre di uso quotidiano, come quelli in giada tempestati di pietre usati per fumare il narghilè e tra cui appare la rara ampolla decorata con rubini o gli eleganti pugnali decorati in oro con pietre e smalti a rappresentare lo status sociale dei loro possessori.

Ampolla per narghilè. India settentrionale, 1740-1780 (giada, oro, diamanti, rubini, semraldi)
Ampolla per narghilè. India settentrionale, 1740-1780 (giada, oro, diamanti, rubini, semraldi)

 

Pugnale. Tanjore o Mysore 1790-1810 (elsa in oro, con diamanti, rubini, smeraldi, lacca)
Pugnale. Tanjore o Mysore 1790-1810 (elsa in oro, con diamanti, rubini, smeraldi, lacca)

La mostra sarà visitabile a Palazzo Ducale fino al 3 gennaio 2018
Il catalogo è edito da Skira


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