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Ungarelli (Club degli Orafi): “Impariamo a raccontare il nostro patrimonio”

L’incontro di lunedì a Torino ha evidenziato le necessità del comparto: formare manager capaci e dialogare oltre i confini europei

“Imparare a raccontare la nostra storia, formare manager capaci e saper dialogare oltre i confini nazionali”. Questi, in estrema sintesi, i punti principali emersi dall’incontro organizzato lunedì scorso a Torino, presso l’Unione Industriale grazie all’impegno organizzativo del Club degli Orafi Italia.

Il workshop organizzato dal Club degli Orafi presso il Centro Congressi Unione Industriale di Torino

Il workshop aveva l’intento di ruotare intorno alle potenzialità e ai limiti del comparto orafo nel confronto con altre realtà industriali. “E’ da sempre uno degli obiettivi del Club degli Orafi – spiega il presidente Augusto Ungarelli -: quello di fare cultura d’impresa e riuscire a portare tra gli associati anche esperienze esterne al nostro mondo, che è fatto di piccole realtà, spesso locali, e resta ancora troppo chiuso”.

Variegati infatti i tre interventi di lunedì: si è passati dall’esperienza di Licia Mattioli (nella foto a sinistra), imprenditrice orafa (è amministratore delegato della Mattioli Spa) ma anche rappresentante istituzionale, con incarichi di presidenza in Confindustria Federorafi e all’Unione Industriali di Torino e alla guida di una rete di imprese piemontesi eccellenti, la Exclusive Brands Torino, a quella dell’ex ministro dell’Istruzione Francesco Profumo, presidente del gruppo energetico IREN. La giornata si è conclusa con il tradizionale “Giro di tavolo” che Club degli Orafi riserva ai propri associati e questa volta a indirizzare il dialogo ci ha pensato il regista Gabriele Vacis.

“Licia Mattioli ci ha mostrato dinamiche nuove – prosegue Ungarelli – soprattutto relative alle infinite possibilità che le reti di impresa e, in generale, il muoversi compatti riservano. Ci ha portato l’esempio del comparto orafo, che dopo essere stato a lungo leader mondiale, lotta per mantenere il quarto-quinto posto tra i paesi produttori, e che può contare su un connubio fatto di qualità creativa, eccellenza stilistica e dinamismo imprenditoriale”.

Il mercato interno, come è noto, è però in una fase di stallo. Quello europeo arranca (anche se una ricerca diffusa in questi giorni da Exane BNP Paribas evidenzia una ripresa del Vecchio Continente) e quindi lo sguardo va rivolto altrove, all’estero, verso mercati tradizionali come gli Stati Uniti ma anche verso l’Asia.

L’intervento di Licia Mattioli, presidente di Confindustria Federorafi, durante il workshop organizzato dal Club degli Orafi a Torino

“Nei mercati extraeuropei incontriamo altri tipi di difficoltà – spiega il presidente del Club degli Orafi – in particolar modo a causa dei proibizionismi di fatto che si sono venuti a creare. I dazi che incontriamo verso India e Cina, per esempio: non solo ciò che paghiamo per accedere a quei mercati consiste in cifre elevatissime (intorno al 30%), ma soffriamo di una mancanza di reciprocità, perché le loro imprese invece godono di condizioni agevolate verso l’Europa. Ecco, questo è un punto su cui lottare: chiedere non tanto un abbattimento, ma una livellazione. Per ottenere questo, c’è bisogno di fare massa critica. Sono già in corso trattative per un accordo di libero scambio con gli Usa, mentre la Svizzera ha recentemente siglato un protocollo con la Cina. E’ questa una delle strade da percorrere“.

Il ruolo della formazione, sia scolastica sia universitaria, è stato affrontato da Francesco Profumo ( a destra), in passato anche rettore del Politecnico di Torino, uno dei primi atenei a lanciare incubatori di impresa nell’ottica della collaborazione tra pubblico e privato, attraverso il meccanismo delle start-up. L’intento è quello, ancora una volta, di unire conoscenza e mentalità imprenditoriale. “Ciò che è emerso dal contributo dell’ex ministro – racconta Ungarelli – è che pensare regionalmente non porta più da nessuna parte. Tutto ormai porta il cappello dell’Unione Europea e da lì dobbiamo partire per formare la nostra cultura contemporanea e capire cosa c’è in ballo per lo sviluppo del nostro territorio. E’ necessario formare una classe dirigente di alto libello, dialogare per saper uscire dai confini nazionali“.

Durante l’incontro sono state evidenziate le difficoltà oggettive che, pure in contesto di Comunità europea, continuano a gravare sul nostro paese. In Francia, per esempio, i prodotti che arrivano dall’Italia, prima di essere ammessi, vengono sottoposti a un test presso strutture interne. “Ci vuole una voce unica e forte che esprima a livello istituzionale tutte le nostre esigenze – continua Ungarelli -: se l’avessimo avuta 10 anni quando è stata approvata la prima normativa sul nichel forse oggi avremmo una regolamentazione più attenta alle necessità del comparto orafo”.

In chiusura, il consueto dialogo tra i partecipanti si è svolto sotto la “regia” di Gabriele Vacis (foto a sinistra). I rappresentanti delle imprese presenti si sono confrontati su un’altra battaglia del Club degli Orafi, il progetto sulla Intelligenza del gioiello italiano, che deve distinguersi per stile, provenienza e carattere. A questo, però, deve aggiungersi la capacità di raccontarsi. “Se sei bravo e gli altri non lo sanno serve a poco – conclude il presidente del Club degli Orafi -: dobbiamo imparare a comunicare. Non c’è solo negatività in questo momento e i tanti spunti emersi dagli interventi del pubblico lo dimostrano. Il Club degli Orafi serve anche a questo: non siamo un’associazione industriale né sindacale, siamo un gruppo di imprenditori che si confrontano”.

Prossimo appuntamento con il Club degli Orafi, a fine anno a Milano. Si discuterà di delocalizzazione e si partirà dai tanti casi di aziende italiane che, per scelta o necessità, sono state acquisite da grandi gruppi stranieri o si sono associate ad altre realtà non italiane: oggetto del prossimo incontro sarà dunque l’evoluzione storica di queste nuove dinamiche.


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