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Un Workshop sulla trasparenza

Irene Pivetti con Dino Menarin, presidente di Fiera di Vicenza

Vicenzaoro Charm, maggio 2009 – Sala Fogazzaro.
Il tema è quello delle pietre conflict-free, ovvero, come dare valore aggiunto al gioiello certificato. Un workshop realizzato in collaborazione con la Learn To Be Free – la onlus di Irene Pivetti votata alla consapevolezza del valore della persona ed al rispetto delle norme e delle regole della comunità sociale -, che continua a fare luce sul percorso delle pietre preziose con un crescente impegno teso alla trasparenza della filiera produttiva del gioiello: dall’estrazione delle pietre e dei metalli preziosi alla commercializzazione del prodotto finito, passando per la raffinazione e la lavorazione.

La cooperazione di Assogemme, quest’anno per la prima volta presente a Vicenzaoro Charm con Gem World (manifestazione esclusivamente dedicata alle pietre), mira da sempre ad un preciso codice di condotta professionale. Le parole del suo presidente, Paolo Cesari, hanno inaugurato la tavola rotonda ribadendo il sostegno dell’eticità nel business delle pietre preziose “perché il tema della trasparenza ha un grande valore di marketing e comunicazione per il futuro della produzione e del consumo”.
Gaetano Cavalieri, presidente della C.I.B.J.O., sottolinea la difficoltà di questo percorso culturale, di questa importante sfida che coinvolge socialmente.

Poco dopo, Antonio Zucchi, presidente della Federorafi, ricorda che “quello tra le pietre e i metalli preziosi è un matrimonio immemorabile, un tema complesso che deve porre maggiore interesse verso tutto ciò che è identificabile come trasparenza del settore. Per conoscere e far capire il made in, infatti, bisogna abbattere le barriere tariffarie, e non solo, in un mercato globalizzato che si presenta sotto molti aspetti anarchico”. In qualità di imprenditore e rappresentante di categoria tiene a sottolineare che c’è un gran bisogno di leale concorrenza e di rispetto del consumatore.

Perché i dazi e le barriere sviluppano il contrabbando con un conseguente anonimato del prodotto e un prodotto anonimo non può essere valorizzato. “La tracciabilità – sostiene – è business responsabile, giacché favorisce la consapevolezza degli acquisti, ma avrà un futuro solo se a livello internazionale il mercato sarà controllato e libero”. Appare fondamentale, quindi, quanto sia importante certificare il “made in Italy” relativo, ovviamente, al taglio delle pietre. “La trasparenza è una sfida ineludibile ma difficile perché si combatte contro nemici poco visibili. È necessaria – prosegue Zucchi – un’operazione di sistema per potersi incamminare verso una armonizzazione delle legislazioni e della sorveglianza”.

Per l’ex presidente della Camera, Irene Pivetti, è un problema da sottoporre alla Commissione Europea. Giacché i costi della tracciabilità non sono riconosciuti, la questione presenta un carattere squisitamente politico. “Sono onorata di esser il presidente di questa associazione che si fa portavoce di autorevoli fonti – spiega – impiegando tanta energia per comunicare le condizioni dell’intera filiera. Le imprese europee si sono dimostrate sensibili al tema chiedendo elevati standard etici, ma non è da tutti. È per questa disomogeneità di vedute che la trasparenza deve diventare elemento di marketing delle imprese corrette. Perché è fondamentale sapere se e perché quel tale gioiello è costato sacrifici. C’è necessità di una cultura della tracciabilità e bisogna sensibilizzare pubblico e politici perché quella orafa è una filiera con un folto indotto”.

Il problema è sovranazionale per cui va sensibilizzato con concrete e numerose iniziative per poter ottenere la fiducia dei consumatori, fiducia che si può conquistare solo garantendo la veridicità delle dichiarazioni dei produttori e dei commercianti. Cavalieri riprende la parola illustrando il retailers’ reference guide, la guida, già presentata a Istanbul, in cui appare evidente che l’elemento centrale è il consumatore finale, perchè è lui che determina il valore del prodotto, e con orgoglio ribadisce che “la nostra è l’unica organizzazione non governativa scelta dalle Nazioni Unite perché da sempre siamo impegnati a combattere il terrorismo. L’accordo tra governi e filiera del diamante con il certificato Kimberl garantisce il percorso, giustificando il numero di carati dalla estrazione al taglio finale, un processo controllato dalle Nazioni Unite che consente di attestare che il 99% dei diamanti sono esenti da relazioni con conflitti armati. Il retailers’ reference guide, inoltre, offre al dettaglio un prodotto con una dettagliata etichetta per segnalare al consumatore ciò che acquista”. Perché il gioiello è la massima espressione del lusso e deve fondare sull’etica, sulla legittimità e legittimazione dei processi di lavorazione.

Un esempio per tutti – prosegue Cavalieri – in Cina, per la prima volta in un Paese comunista, grazie alla nostra associazione due operai sono stati riconosciuti affetti da silicosi e ricompensati”. Difendendo il consumatore si ha la difesa dello sviluppo e dell’impresa ed una conseguente self satisfaction per chi compra. Appare chiaro, quindi, che l’eticità ha un prezzo, e l’attenzione e la partecipazione devono essere forti a tutti i livelli per un futuro sostenibile.

Learn To Be Free è un grande collettore di iniziative, che agisce su etica, politica e marketing puntando su due filoni, l’uno tecnico-tecnologico che evidenzia nodi e proponendo soluzioni, l’altro normativo che chiede ai governi italiano ed europei il giusto impegno per intervenire con norme in tutti i campi, dalle frontiere alle produzioni commerciali. Questo meeting carico di aspettative si conclude con le parole di Girardi che ribadisce: “l’eticità è una sfida che si può trasformare in una componente di valorizzazione di ciò che facciamo”.
Perché una pietra preziosa è più luminosa se il suo cammino è più limpido.


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