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Un centro studi, dialogo politico e giovani: le priorità emerse alla II Conferenza di sistema

Ieri al MAXXI di Roma le diverse istanze del mondo del design, della produzione e del dettaglio

ROMA – È andata sempre più a fondo nelle questioni importanti per il settore orafo la II Conferenza di sistema svoltasi lunedì a Roma, che ha scandagliato gli aspetti cruciali del “Made in” (volutamente lasciato senza specificazione) e del ruolo della tradizione e dell’artigianalità in un comparto che, come altri, affronta un importante momento di “ridefinizione” delle proprie peculiarità.

Al museo Maxxi si è dunque svolto l’incontro dal titolo “Intorno al gioiello: tradizione & Made in”, a cura di Claudio Franchi, promosso da ARRO-Associazione Regionale Romana Orafi in collaborazione con la Federazione Nazionale Dettaglianti Orafi e grazie ai contributi di Fiera di Vicenza, Confcommercio Imprese per l’Italia, Provincia di Roma Capitale e Unionfiliere. Tra i relatori, introdotti da Paolo Paolillo, presidente Arro, e Giuseppe Aquilino, presidente della Federazione nazionale Dettaglianti Orafi Confcommercio: Lorenzo Buccellati, Amministratore delegato Del Vallino S.p.A. – Federico Buccellati; Domitilla Dardi, Storico del design; Giuseppe Torre, direttore G&G Associated; Giovanni Tricca, Presidente Unionfiliere, Associazione delle Camere di Commercio per la valorizzazione delle filiere del “Made in Italy” e Francesco Verderami, giornalista. Corrado Facco, direttore generale della Fiera di Vicenza, non ha potuto raggiungere Roma ma ha inviato un saluto video per non far mancare all’incontro il proprio contributo.

Il Made in Italy, inteso non solamente come produzione localizzata nel nostro Paese, ma come percezione del prodotto nel suo insieme, rappresenta un asset che ha notevoli potenzialità – ha precisato Claudio Franchi, che ha moderato la Conferenza -. Eppure regna molta confusione intorno a tale concetto: si pensa che sia sufficiente dichiarare la tracciabilità di un prodotto e dichiararne l’Italia come terra d’origine, mentre sfugge ai più che il valore maggiormente percepito dall’ampio pubblico internazionale sia ricavato dalla particolare qualità italiana di rappresentare il bello”.

E così, a distanza di quasi un anno dal primo appuntamento che si era focalizzato sul significato del termine gioiello (“E sembra che pian piano si stia cominciando a dare distanza e autonomia al concetto di bijoux”, ha detto Franchi in apertura), stavolta i rappresentanti di tutte le categorie del comparto – produttori, dettaglianti, designer, fiere, associazioni – si sono incontrati per fare il punto sul valore della tradizione, su come le imprese possono trovare la chiave di volta per superare la difficile situazione economico-finanziaria e – esigenza emersa in maniera forte – “fare rete”.

Questo incontro è attestazione di affinità di idee e sinergia – così ha aperto i lavori Giuseppe Aquilino – tra la Federazione nazionale e l’Arro. Nessuno di noi si è messo alla finestra: non è questo il nostro ruolo di rappresentanti delle imprese. La II conferenza di sistema è un esempio utilissimo di comunicazione di sistema. Quanto a noi, riprendiamoci il ruolo di gioiellieri, con la ricerca, l’innovazione e la cultura di prodotto, senza dimenticare le emozioni che dobbiamo trasmettere”.

Si tratta di vincere la pigrizia, sostiene Paolillo, che ha ricordato quanto sia pertinente, malgrado le apparenze, il tema su cui l’Arro ha puntato i riflettori quest’anno, creando un momento di aggregazione trasversale sia dal punto di vista geografico sia dal punto di vista della filiera. “L’espressione Made in è stata lasciata appositamente in sospeso – ha detto il presidente dell’Associazione regionale romana orafi – per lasciare spazio a istanze diverse. Delle circa 100mila imprese del comparto, tra cui 24mila gioiellerie, che complessivamente danno lavoro a circa mezzo milione di persone è necessario adottare una visione più larga, per questo abbiamo invitato esperti di settori differenti a confrontarsi con noi sulle priorità da affrontare”.

La sinergia è essenziale ed è anche il motivo per cui un anno fa è nato Unionfiliere – ha spiegato Giovanni Tricca, a capo dell’Associazione delle Camere di Commercio per la valorizzazione delle filiere del Made in Italy, nata dalla fusione di Assicor e Itf, gli organismi del sistema camerale per la valorizzazione delle filiere Oro e Moda – e questa cultura si sta diffondendo anche nei distretti dove era più assente, come quello di Arezzo che conta 1300 imprese di settore. Non è un caso che il “brand” Made in Italy sia il terzo per notorietà nel mondo, dopo Coca Cola e Visa”.

Credo che le associazioni di settore, più che “fare politica”, debbano “farsi politiche” – ha dichiarato Francesco Verderame, giornalista del Corriere della Sera -: la difesa corporativa non basta più, le lobby neanche, l’epoca del voto di scambio è finita e quindi non resta che agire in modo concreto. Un’idea potrebbe essere un centro studi di ricerca legislativa, perché ogni prodotto passa sempre attraverso la legislazione. Con i nostri rappresentanti bisognerebbe tenere un dialogo costantemente aperto”.

Corrado Facco, assente per altri impegni istituzionali, ha voluto comunque prendere parte con un contributo video in cui ha ribadito l’esigenza di evoluzione e ricompattamento, attraverso un’analisi ragionata delle nuove tendenze e dei gusti emergenti, sviluppando logiche imprenditoriali che tengano a mente il passaggio generazionale, ricerca e innovazione, capacità di comunicazione, qualità – che, dice il direttore generale di Fiera di Vicenza, non è scontata neanche laddove vi sia tradizione – e le nuove sfide del marketing rivolte a nicchie di consumatori sempre più frammentate.

Domitilla Dardi ha offerto ai presenti le proprie competenze di storica del design, non direttamente legata al comparto orafo e perciò in grado di dare spunti nuovi, come la necessità, per gli artigiani, di essere interpreti e traduttori. Tra gli esempi portati dalla docente di Storia del design presso lo IED di Roma, copywriter e curatrice di mostre, anche quello di Segno Italiano, dove ragazzi di circa 30 anni – artigiani, progettisti, promotori ed appassionati aventi il comune obiettivo di valorizzare il prodotto artigianale italiano –  si sono fatti tutor della tradizione.

“Paradossalmente – ha detto Lorenzo Buccellatiè più difficile farlo in Italia che non all’estero. Non bisogna essere rivendite di gioielli, ma mettersi al servizio del cliente senza anteporre il marketing al prodotto. La qualità è frutto di passione, ricerca e cura del dettaglio, al di là del valore del singolo pezzo”. “Dell’associazione Cultura-Territorio-Abilità manifatturiera e distribuzione stiamo perdendo sempre di più il secondo fattore – ha spiegato Giuseppe Torre, da 20 anni impegnato con il suo gruppo negli studi sul “bello” – e questo non fa che indebolire il Made in. Lo dimostrano le crescite a due cifre di grossi marchi che delocalizzano la produzione, creando un “Made in Brand”. Abbiamo cercato di capire cosa accade quando un orafo ha una matita in mano: innovare in questo settore è più complicato che farlo nel settore tecnologico, perché le aziende manifatturiere non fanno affidamento certo su università o brevetti per sviluppare i propri prodotti. Perciò “calcolare” il peso del bello sul prezzo è stato il nostro obiettivo e quel peso, a parità di qualità, sta nel tempo impiegato per creare un prodotto che desti meraviglia e stupore. Una capacità unica di trasferire un sogno in un oggetto tangibile solo attraverso la mano. Ogni giorno accedono al mercato 22mila persone che potrebbero acquistare gioielli: è a loro che bisogna guardare, stimolando di più i network tra imprese e tra imprese e distribuzione”.

È stato Paolo Paolillo a tirare le somme di tutti gli interessanti spunti emersi dalla II Conferenza di sistema: “Un Centro studi, nuovi sistemi di rete, dialogo e giovani esperti – ha detto -: su questo punteremo con forza nell’ottica di una collaborazione con soggetti politici diversi, ricordandoci di non perdere la nostra identità: che sia italiana, romana o altro non importa, purché non venga smarrita”.


1 commento

  1. Nicola says:

    Mio padre mi diceva spesso: le belle parole se li porta il vento. Detto questo, In Italia e, soprattutto, al Sud, i soldi non girano. Quindi, con una crisi profonda, un Paese che non cresce, si uccide l’economia e gli imprenditori.Insomma, il mondo delle imprese sono ormai al catalessi. E il Governatore di Bankitalia l’ha fotografata, quando ha ricordato che è compito delle banche contrastare una possibile entrata dell’economia in “asfissia” creditizia. Il governo Monti?. Ho l’impressione che questi professori che, secondo me, stanno rompendo i c…..i, si prendano un pò troppo sul serio nel ruolo di savatori della Patria” e tendano, a comportarsi con i cittadini come, probabilmente, si comportano con i propri studenti. No, caro Professore così non funziona. Anzi, dovrebbe mandare agli imprenditori, artigiani, disoccupati soli e dimenticati un messaggio di speranza: c’è la puoi fare e noi siamo quì per aiutarti. Buonanotte!!. Grazie x la Vostra attenzione Nico Pesce Bari.


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