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Tutto costa meno. Ma non le pietre preziose e le fiere orafe

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Deflazione. Non proprio tutto, ma molte cose nella nostra vita quotidiana post grande crisi costano meno anche se è anche vero che i bisogni sono di più e le entrate minori. Il commercio elettronico ci permette di acquistare alle migliori condizioni qualunque prodotto o servizio confrontandolo con mille altri e senza mediazioni. I gioiellieri italiani (ed europei) fanno i conti e scoprono che i pezzi importanti soffrono maledettamente la tremenda carestia che prosciuga le tasche dei ceti medi. Gli acquisti sono concentrati in fasce di prezzo assai inferiori di quelle degli anni dorati. Cifre più modeste mortificate dalla forte concorrenza che costringe a calare una feroce ghigliottina sul ricarico. Con ammirevole senso pratico il comparto ha inventato gioielli moda spesso accattivanti e ingegnosi (ma a volte – lo dico – è imbarazzante definirli gioielli), capaci di prendere dignitosamente il posto dei meno richiesti preziosi, senza sfigurare le vetrine. Entry level carini e colorati agganciano all’amo del gioielliere nuovi acquirenti con fasce di età più giovani e propense a consumare. Un modo per sradicarli dalle porte scorrevoli dei dispensatori di smartphone dei centri commerciali. Ma tutto questo per il nostro amico gioielliere è per lo più arte di arrangiarsi, roba da manuale di sopravvivenza. Te ne accorgi quando prova a farsi coraggio e tenta di seguire il vecchio istinto di montare merce preziosa. “Se tutto si sta calmierando, se lo spavaldo si fa modesto, se le pretese si ridimensionano, se tutti noi facciamo autocritica, se addirittura tolgono soldi ai politici, perché volete farmi pagare molto più care le pietre preziose?”. Il ragionamento è logico solo se si finge che il Padreterno abbia chiuso il cantiere della creazione fermandosi alle colonne d’Ercole a Ovest e agli Urali a Est. Non fu così pigro, vi sono altre terre: un oceano di affamati compratori soprattutto cinese sta dando la caccia a tutte le gemme del pianeta, pagandole così care da creare ricchezze spropositate ed immediate tra i vecchi gem dealers. Gente che una volta vedeva in noi italiani la manna piovuta dal cielo. Ora i vecchi amici, con tatto orientale, ci accolgono con l’educata circospezione dovuta ai parenti caduti in disgrazia ai quali si nasconde, quasi con vergogna, il nuovo benessere. Pingui casseforti di rubini non più destinati a rivestire oro italiano. Se il business si concentra laggiù non è dunque evidente che le manifestazioni fieristiche orientali straripino di visitatori? Gli spazi espositivi non dovrebbero essere più cari a Hong Kong? Non mi risulta. A me sembra che in Italia i costi delle fiere siano in continuo aumento. Non sarebbe vivificante ridurre l’onere per gli espositori e riempire gli spazi vuoti? Un bagno di umiltà insomma, esattamente come hanno fatto i gioiellieri e gli importatori di gemme.


2 commenti

  1. Paolo sei sempre attento alle problematiche del nostro settore complimenti


  2. condivido adeguarsi .


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