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“Ti racconto un gioiello”

…infila l’anello e lo bacia, proprio come avrebbe baciato la mano di un alto prelato.
Davanti a noi c’è il comò con la ribaltina aperta, all’interno tre cassettini zeppi di una vita protetta da piccole chiavi più volte girate nelle toppe. Solo il profumo del legno è libero di perdersi, è dolce ed acre come ambra.

“Era di mia suocera”. Mi dice, e in questo breve incipit avverto un vecchio rancore che con gli anni avrà smarrito il suo perché.
“Veramente c’erano anche gli orecchini, ma quelli non me li ha mai voluti dare”. Ora lo tiene tra l’indice ed il medio e lo rigira per fargli cogliere meglio la luce. È estasiata come se stesse contemplando una tela del Masaccio e quando riprende a parlare lo fa seguendo una logica che se ne infischia dell’ordine temporale. “Al San Carlo era elegantissima nell’abito bianco. Aveva classe, lei”. Si perde in altri ricordi e in qualche particolare che non mi confida. Allunga la mano diafana verso lo scrittoio e prende un fazzolettino di lino per lucidare la gemma.

“Lo fece un maestro orafo, all’epoca si lavorava molto su commissione”. E abbassa la voce come temendo che qualcuno possa udire il suo pettegolezzo. “Non l’ha mai voluto ammettere ma se lo fece fare tale e quale ad una spilla che portava la baronessa Lavitrano. Lei ci fece aggiungere solo questa cornice di foglioline di oro rosso”. Alita sulla pietra e torna a lucidarla. “È proprio bello, vero? Hai visto qua… le perline, le vedi? Qui ce ne sono due e qui una, così che in ogni piega il metallo ne nasconde una e ne mostra invece due più piccole sulla curvatura…e questo intorno alla fascetta è traforo a seghetto, mica uno stampo! È tutto fatto a mano”. Inforca gli occhiali per guardarlo meglio. “Qua porta uno zaffiro in mezzo a due diamantini. È una miniatura.”

Sta per riporre l’anello nel cofanetto liso che solo in alcuni tratti mostra il velluto blu che un tempo lo rivestiva, ma si ferma e aggiunge: “L’arte vera non è quel che sembra, bensì l’effetto che ha su di noi”. Intuisce il mio stupore e mi dà una stretta al braccio ridendo di gusto: “Non è mia, la lessi su uno di quei volumetti che arrivavano per posta e me la ricopiai, sta ancora lì, in uno di quei cassetti insieme a tante altre sciocchezze….Provo una sensazione curiosa, sai?”. Quasi bisbiglia mentre la mano fa gioco con l’anello per infilarlo all’anulare. Mi guarda con uno stupore gioioso. “Quando lo tocco sento…” Ci ripensa e taglia corto. “Ah, lascia perdere.” Muoio dalla curiosità ma me ne sto zitta. È giusto così, a volte le emozioni bisogna tacerle per non sciuparle.

Le chiedo di provarlo. Anche a me sta largo nonostante il cerotto impiastricciato utilizzato per ridurlo di qualche taglia.
“Ogni volta che lo guardo ci scopro qualcosa di nuovo”. Lo riprende per sottolinearne altri particolari, forse anche per riappropriarsene. “Per esempio, queste stelle piccole piccole piccole sono state messe proprio per il gusto di essere scoperte”. Provo anche io a guardarlo attentamente ma le stelle proprio non riesco a vederle, graffi sì, tanti, ma non glielo dico. “È un incanto, vero?” Faccio sì con la testa. “Sai qual è la magia?” -e mi avvicina il gioiello ad un palmo dal naso- “È un topazio ma è rosa. Capisci? È di colore rosa”. Lo solleva contro la finestra aperta e la pietra si accende di un rosa aranciato, caldo e seducente. “Non è roba di qua, questo viene dalla Russia. Qua dentro ci sono migliaia e migliaia di anni, un’infinità di giorni e di notti tutti in una pietra così piccola”. Sospira. “E qui, proprio qui l’orafo ci ha inciso una esse, la esse di Silvana, anche se la chiamavamo tutti Silvia. E mica l’ha messa al centro, no, la mette nell’angolo, decentrata, per non offendere la gemma.” È un dettaglio infinito il suo racconto, potrebbe non arrestarsi mai.

Conosco questo anello da quando conosco Andreina ma lo vedo adesso per la prima volta.
Non so se questa gemma sia un topazio, non so se abbia viaggiato dalla Russia fin qui per espressa volontà del committente, e non so neppure se la baronessa Lavitrano abbia mai indossato una spilla simile a questa mistura di colori e forme così spettacolare come mi viene raccontata. So però che ha un’anima, e anche se fosse di volgare metallo, anche se fosse la sorpresa sbucata da un uovo di Pasqua; ha l’anima di cui Andreina ha saputo forgiarla, liberandola dalla durezza delle pietre e dalla stretta dell’oro.

Mi rivedo il giorno in cui con mio marito ho scelto il bracciale che ha voluto regalarmi per il nostro anniversario. Il gioielliere tenne a precisare che pesava ben sessantacinque grammi e che le pietre avevano un bellissimo taglio a baguette eccetera eccetera eccetera… Chiacchiere doverose per una cifra da capogiro. “Sta proprio bene al polso di sua moglie” aggiunse poi mentre passava alla commessa l’astuccio da impacchettare ed a Fabrizio lo scontrino da firmare. Null’altro. Non spese una sola parola per farmi sognare.

È passato tempo. Ma il bracciale da mezzo etto e più, con pietre dal taglio a baguette eccetera eccetera eccetera sta lì nel suo astuccio.

Non l’ho ancora mai indossato.


8 commenti

  1. silvio says:

    che bello!!
    in questo racconto vedo l’essenza del mio lavoro, la vera anima della gioielleria, quell’anima che ogni tanto dimentichiamo, per lasciare spazio, troppo spazio a concetti esclusivamente commerciali quasi a svuotare di significato la nostra arte.
    si dovrebbe ripartire da qui! il gioiello per quanto mi riguarda non deve rappresentare il brand che lo propone ma la persona che lo indossa,che lo possiede e che lo tramanda.
    buon lavoro
    silvio tallone


  2. pasqualina says:

    Molto bello il tuo racconto che denota una grande passione per tutto ciò che dà emozione!Perchè,a mio modesto avviso,è questo il messaggio!Gli oggetti sicuramente ci legano a degli eventi,ma quello che ritengo sia fondamendale è trasmettere al consumatore il fascino di ciò che vendiamo!


  3. Maria Rosaria Petito says:

    Ciao Silvio, ciao Pasqualina,
    emozione, passione e desiderio dovrebbero essere i nostri compagni di viaggio, dovremmo affrontare con loro tutte le nostre avventure, riservargli un posto d’onore nei rapporti con la gente come nel lavoro. Perché sono i sentimenti che ci colorano la vita, che ci aiutano a raccontare storie…tutte diverse l’una dall’altra.


  4. Ruggiero Nespoli says:

    Non sono un gioielliere, mi occupo di altro, la mia attività riguarda l’architettura di giardini. Però, sempre di cose belle si tratta… E questo racconto mi ha emozionato tanto, perchè parla di bellezza e del gran tesoro che nella bellezza è intrinseco. Un bel gioiello sintetizza in maniera ineccepibile il concetto di incorruttibile beltà. Bella emozione. Grazie.


    • Maria Rosaria Petito says:

      La vostra partecipazione dimostra che suscitare un’emozione non è poi così diffcile, è solo questione di cuore. Un ingrediente che può dare buon sapore alle cose che facciamo, a trasformare un lavoro in passione.


  5. Tamisha Caplan says:

    interessante..


  6. Maria Rosaria Petito says:

    A tutto si può dare un valore, tutto può diventare interesante…


  7. Sono un orafo, e questo è quello che mi succede quando creo un gioiello: cerco di raccontare una storia, un’emozione, una leggenda…Il mio gioiello deve far sognare ed essere speciale, perchè speciale è il momento che dovrà ricordare…per tutta la vita.


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