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TEMPI NOSTRI: Questa legge s’ha da fare

 

Porto alla lavanderia sotto casa  il caro maglioncino di cachemire di cui sono stata così fiera uscendo dall’esclusivo negozio del centro dopo ripetuti appostamenti e la gentile proprietaria scruta con attenzione l’etichetta per accertarsi che il trattamento di lavaggio non lo rovinerà. E se il capo invece l’ho acquistato dalla mia cara amica stilista che sull’etichetta si limita a mettere la propria firma, mi chiede: “Come vuole che lo lavi? Non mi prendo la responsabilità e rischiare di combinare qualche guaio!”

Dal golfino in cachemire del negozio chic alla tavoletta di cioccolata del market  è nella normalità sapere che cosa c’è dentro quello che compri,  capire perché lo paghi tanto o perché lo paghi così poco: poi scegli cosa ti conviene e cosa vuoi fare.

Vuoi sfoggiare ogni giorno qualche cosa di nuovo, assolutamente alla moda? Giustissimo andare su un capo economicamente poco impegnativo: fai la tua bella figura e se poi finisce in fondo a un cassetto poco male. Vuoi qualche cosa  anche più costoso, ma che abbia un reale valore intrinseco? Allora l’attenzione sarà maggiore e non rischierai di buttare frettolosamente  il pullover in lavatrice piuttosto che investire in un lavaggio a secco.

Un caro amico mi regala ogni Natale dei piccoli oggetti di antiquariato del  tipo tabacchiere in Sheffield, boccette per profumo in cristallo e sempre trovo nel pacchetto un bigliettino del negoziante che mi dà notizie dell’epoca, del materiale e a volte della provenienza.

Se acquisti un oggetto prezioso che non sia un gioiello “di marca” o che non sia antico non ti va di sapere di cosa è fatto o da dove viene?

Per un orologio o un gioiello nell’astuccio del prodotto “branded” trovo il certificato o la garanzia. Altrimenti il gioielliere professionista mi saprà dire – e sarò anche autorizzata a chiedergli una certificazione – se quella bella pietra azzurra è un quarzo o un diamante trattato o un’acquamarina. Se la montatura è in platino o in oro rodiato. Saprò che cosa acquisto e potrò scegliere con cognizione di causa.

Dalla seta, all’aceto balsamico, dal cachemire alla crema di bellezza. Ormai il prodotto deve poterci dire tutto di sé. Perché non può e non deve farlo il gioiello?

Giova a tutti: a chi vende per consolidare la fiducia nei confronti del cliente e a chi compra per essere cosciente dell’acquisto.


2 commenti

  1. ADOR-Associazione Designers Orafi says:

    ….già una decina di anni fà, ” una nota associazione”..(ADOR) aveva proposto al REACT T (Rete Europea Anti Contraffazione) ed anche Giuri del Design Orafo (per le fiere di settore) al fine di tutelare ” l’Acquirente” ( che è il secondo -bene- di ogni attività) ed in consequenza anche tutta la filiera commerciale e produttiva nel identificare il prodotto orafo:
    dall’idea ( designer progettista) , il produttore ( vari materiali-componenti,lavorazioni), la parte commerciale (vendita) e la comunicazione
    ( pubblicità ingannevole) .
    Ora ….per semplificare molto… il concetto base;
    … se un prodotto è realizzato male, e/o ” rubato/copiato”, contraffatto, difettoso, i materiali sono tossici, la promozione è ingannevole, etc.etc.
    i vari anelli della filiera sono -Tecnicamente TUTTI complici- ..minimo di “” TRUFFA””, etc.etc..
    …e… se l’abitudine è consolidata ,…è anche peggio,..
    è ..”.per la filiera”… associazione a delinquere ….
    senza controlli sono tutti C&C ,…
    …………………….Consenzienti & Complici.
    ..quando lo capiranno …?


  2. Sono forse troppo ottimista, ma penso che non proprio tutto andasse per questo verso. E comunque,, per amore o per forza, le cosa ora devono cambiare: Al di là delle copiature (piaga ahimè atavica) trovo che nel nostro Paese gli orafi siano ancora fra i più corretti: Sbagli di valutazione ne hanno fatti tanti e non hanno saputo avere lo strabismo del vero imprenditore (un occhio sul presente e uno sul futuro), Così ora hanno a che fare con chi scorretto (per usare un eufemismo) lo è veramente:
    Annalisa
    Grazie per leggere questo blog!


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