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Fiera Tarì. Ad maiora.

Quando ho accettato di tenere questa mia modesta rubrica mi sono ripromesso di mai venire meno all’impegno di riportare le cose del nostro settore come se i personaggi coinvolti dal racconto fossero seduti di fronte a me a verificare la veridicità dei fatti. Se dunque il mio piccolo contributo alla discussione non beneficia d’altro che  dell’intento d’onestà  e della mancanza di pregiudizi, ad esso non deve per questo difettare la correttezza ed il rispetto per il lavoro delle persone la cui vita professionale può essere, anche indirettamente, chiamata in causa dalle mie osservazioni.

Vorrei allora pubblicamente scusarmi con quanti, all’interno del Tarì, abbiano interpretato le riflessioni da me espresse all’indomani della recente manifestazione, come un giudizio negativo sul lavoro da essi proficuamente portato avanti con dedizione e competenza. In particolare devo delle scuse alla Dott.ssa Floriana Marino, responsabile dell’azione di Marketing del Tarì, la quale, molto garbatamente,  mi ha manifestato il dispiacere di leggere di un calo delle presenze. Ebbene, di un calo di presenze – faccio ammenda – non si può parlare, come ho fatto io, in modo emotivo e non documentato. I dati che m’ha mostrato sono chiari e mostrano una situazione grosso modo analoga all’anno precedente con una tendenza però nuova: il lunedì guadagna visitatori a scapito della domenica. Inoltre la Dott.ssa Marino ha fatto presente che il nostro centro tende in qualche modo a “fagocitare” il momento fieristico coinvolgendolo in una struttura che fa business “no stop”, a mò di fiera permanente, ogni giorno della settimana. Questo fattore rende meno quantificabile ( e rapportabile) il numero degli effettivi visitatori. D’altro canto è tutt’altro che disprezzabile la funzione che la fiera di Marcianise s’è data e che ha agevolmente mostrato di saper assolvere: un attrattore di livello su una scala regionale che copre efficacemente  più o meno mezza Italia.

Tuttavia non mi si accuserà del reato di lesa maestà se, una volta riequilibrato il giudizio  circa il numero delle presenze alla fiera di Maggio, io continui a proporre una visione del settore orafo (con tutte le sue fiere, tutti i suoi centri, tutti i suoi attori) in chiave problematica. E’ infatti anche vero che i nostri amici lettori spesso in passato si siano imbattuti (sia chiaro da ora, non è il caso del Tarì) in resoconti trionfalistici, prospettive mirabolanti, avanzamenti inarrestabili. Chi frequenta le fiere orafe sa bene che invece il panorama si va modificando, molte piccole manifestazioni sono sparite o stanno sparendo. Oggi una sostanziale tenuta, radicata nell’assolvimento di funzioni di servizio sul territorio centro-meridionale, è già di per sè un successo. Ecco perchè noi del Tarì dobbiamo essere tutto sommato contenti. Ma alla soddisfazione può aggiungersi ottimismo solo se si è capaci di convogliare le forze intorno ad un progetto aggiornato,  ponderato e condiviso. Il vero senso del precedente pezzo non era, a ben leggere, un sommario ridimensionamento della fiera del Tarì. Volevo semmai gettare un sasso nello stagno e stimolare un dibattito volto a posizionare verso l’alto i contenuti dell’offerta complessiva del Tarì (dopo tutto sono anch’io un socio).

Un arricchimento dei contenuti dell’offerta del centro (allargamento dell’impegno nell’area della formazione, dialogo e sinergia con il mondo accademico e della ricerca scientifica, rivitalizzazione delle relazioni con le associazioni di settore,  rivalutazione del patrimonio culturale della gioielleria “autoctona”, delle specificità delle tradizioni del corallo, etc.)  non possono che provocare una ricaduta positiva sulla frequentazione del pubblico degli operatori, anche nelle manifestazioni fieristiche. L’altra preoccupazione che animava il mio precedente intervento consisteva nella contestazione dell’argomentazione causa-effetto secondo la quale  solo mercati vigorosi e caldi possono ospitare fiere di gioielleria di grande successo. Citavo Basilea, non per trascinare  la nostra più modesta realtà  in un incauto ed improprio confronto, ma proprio per dimostrare che una fiera di prestigio può assumere il ruolo addirittura  di generare mercato ( e non di essere mera espressione d’un mercato forte che si dota d’una fiera). Per le stesse ragioni l’esempio di Hong Kong non intendeva accostare Davide a Golia ma evidenziare che da noi a Marcianise un manipolo di poche persone addette alla promozione dell’evento compie il lavoro che nel gigante asiatico porta avanti un colosso con diverse centinaia di impiegati, supportato dall’amministrazione pubblica (coi fiocchi) e da risorse economiche ingenti investite  intelligentemente nell’alleggerimento dei costi di soggiorno e di trasporto dei visitatori. Per finire v’era anche nel mio intervento un cenno alla fiera di Vicenza che non poteva che risentire del declino del comparto orafo italiano e che, recentemente, ha illustrato un proprio piano per ricollocarsi sulla scena internazionale in modo originale.

Anche questo segnala che le parabole possono curvare in discesa ma che, varate le contromosse,  si può sperare di risalire. Prendere in definitiva coscienza delle difficoltà del nostro presente non deve  comportare alcuna tentazione autolesionistica  e non deve  neanche significare  piegarsi ad un declino irreversibile e funesto. Forse semmai occorre rimboccarsi le maniche per trovare un nuovo passo e nuovi obiettivi. Grazie  infine alle puntuali annotazioni della lettrice Pasqualina che ha efficacemente colto alcune criticità sulle quali mi auguro si possa tornare a breve.


3 commenti

  1. pasqualina says:

    ……………torniamoci caro Paolo…… il resto sono chiacchiere!!!!!!!!!!!!!!!!!


  2. Grazie, gentile sig. Minieri. Sono certa, e lo siamo in tanti, che un gioco di squadra aperto e collaborativo non possa che far bene al nostro Tarì e, per il suo tramite, all’intero settore orafo nazionale, di cui le tante aziende che lo compongono e i tanti dettaglianti che in esse ripongono fiducia rappresentano una fetta molto significativa. Sappiamo bene che il percorso da compiere è lungo e complesso, e che molte cose da ieri in poi sono definitivamente mutate. In questo, come lei sostiene, formazione, ricerca, relazioni con il settore e con il mercato sono strategici quanto mai, così come lo è il fattivo contributo di tutti coloro che vivono quotidianamente il Tarì come una sfida impegnativa ed entusiasmante, di cui sentirsi partecipi.


    • direttore says:

      Quando ho chiesto a Paolo di curare un suo personale blog all’interno della nostra rivista, l’ho fatto con la consapevolezza che il giudizio di un operatore sarebbe valso, mai come in questo caso, oro colato.
      Questo perchè solo chi è realmente protagonista del settore e soprattutto “vergine”, giornalisticamente parlando, puo garantire un’analisi soggettiva di quanto ci è intorno. E questo è quanto Paolo ha fatto nella sua nota “Fiera Tarì. così sosì”. Dall’altra parte ritengo giusta la posizone del Centro Orafo: le analisi si fanno consuntivamente e sui reali accessi.
      A questo punto sarebbe interessante ospitare l’oggettività dei numeri.
      Giovanni Micera


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