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Studi di settore inapplicabili senza l’analisi concreta della realtà aziendale

Gli studi di settore non si applicano laddove una corretta valutazione delle reali dimensioni aziendali porta a concludere che l’utile dichiarato dall’azienda è in linea con la sua capacità produttiva, anche se si discosta da quanto risulterebbe da una meccanica applicazione degli studi.

Lo afferma la sentenza n. 23070 del 14.12.2012 della Corte di Cassazione, la quale ribadisce un principio già sottolineato in numerosi altri casi: l’applicazione degli Studi di settore deve obbligatoriamente tener conto della reale situazione del contribuente e delle circostanze in cui opera, sia quelle ordinarie che quelle dovute ad eventi straordinari, come una crisi generale o settoriale, o ad un accadimento personale, ad es. un periodo di fermo dovuto a malattia od altre cause.

Il caso in questione riguarda un’azienda artigiana, senza dipendenti e con lavorazioni solo parzialmente meccanizzate, alla quale l’Agenzia delle Entrate aveva contestato l’esiguità del reddito dichiarato, senza neanche tener conto del fatto che tale microimpresa si trovava nel primo anno di attività.

L’Amministrazione finanziaria riteneva comunque di poter imputare all’azienda un maggior reddito e di scaricare su di essa l’onere di provare il contrario, sulla base della generica applicazione dei parametri.

La Cassazione ha rovesciato totalmente questa impostazione, riaffermando “che la procedura di accertamento tributario standardizzato mediante l’applicazione dei parametri o degli studi di settore costituisce un sistema di presunzioni semplici, la cui gravità, precisione e concordanza non è “ex lege” determinata dallo scostamento del reddito dichiarato rispetto agli “standards” in sé considerati – meri strumenti di ricostruzione per elaborazione statistica della normale redditività – ma nasce solo in esito al contraddittorio da attivare obbligatoriamente, pena la nullità dell’accertamento, con il contribuente.”

Senza contraddittorio l’accertamento basato sui soli parametri e studi di settore non può essere valido; il contribuente ha il diritto di difendersi nel contraddittorio e l’Amministrazione ha il dovere di ribattere nel merito alle contestazioni del contribuente, dimostrando l’applicabilità delle sue presunzioni al caso concreto.

La CTR aveva già dato ragione al contribuente, rilevando che l’utile lordo dichiarato, pari al 27% dei ricavi, era in linea con la dimensione aziendale e le modalità di lavorazione. L’Agenzia delle Entrate si è appellata contro la decisione della CTR favorevole al contribuente, senza però contestare le argomentazioni di merito sostenute da quest’ultima.

Per questo la Cassazione ha respinto l’appello, dando definitivamente ragione al contribuente, e confermando ancora una volta che parametri e studi di settore sono strumenti statistici la cui applicabilità va verificata nell’indispensabile contraddittorio con il contribuente e nella disamina della reale situazione di quest’ultimo.


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