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Studi di settore inapplicabili se il contribuente si ammala

Anche l’invalidità è causa di disapplicazione degli Studi

La malattia del contribuente mette fuori gioco gli studi di settore.
Lo stabilisce la Cassazione con la sentenza n. 17534 del 12 ottobre 2012.

La questione in gioco riguarda l’applicabilità “cieca” degli studi di settore, spesso operata dal Fisco senza tener conto delle reali condizioni di operatività del contribuente.

Con questa sentenza, la Cassazione, in linea con la sua prevalente giurisprudenza, riafferma che non si può prescindere dalla valutazione della situazione effettiva del contribuente.

Inoltre, l’applicazione dei parametri non produce automaticamente l’inversione dell’onere della prova a danno del contribuente : lo riconosceva già la Commissione Tributaria Regionale nel precedente grado di giudizio relativo alla medesima questione, quando, accogliendo il ricorso del contribuente, notava che “l’utilizzo dei parametri non conduce automaticamente all’inversione dell’onere della prova a favore dell’Amministrazione fiscale” ed inoltre “che, nel caso concreto, le comprovate precarie condizioni fisiche della contribuente fornivano ragionevole spiegazione delle incongruenze espresse dall’applicazione del dato parametrico”.

Da notare che in questo caso già la CTP in primo grado aveva dato ragione al contribuente, il quale è stato trascinato fino in Cassazione dall’ostinazione dell’Agenzia delle Entrate, perdente in tutti e tre i gradi di giudizio.

La Cassazione ha richiamato la giurisprudenza a Sezioni Unite della medesima Suprema Corte (sent. n. 26635/09) secondo cui, in tema di accertamento delle imposte sui redditi, i parametri degli studi di settore non costituiscono un “ fatto concreto noto e certo, specificamente inerente al contribuente, suscettibile di evidenziare in termini di rilevante probabilità l’entità del suo reddito”, ma sono semplicemente “la risultante dell’estrapolazione statistica di una pluralità di dati settoriali acquisiti su campioni di contribuenti e dalle relative dichiarazioni”.

Quindi, lo scostamento dagli studi di settore è sì presupposto dell’accertamento analitico-induttivo, ma, se esso viene contestato sulla base di elementi oggettivi, come nel caso in esame, il Fisco deve sostenere le sue pretese con “elementi concreti desunti dalla realtà economica dell’impresa che devono essere provati”.

Una situazione similare, altrettanto interessante, è rappresentata nella sentenza della CTR Genova 40/13/12 del 9 maggio scorso.

In questo caso l’Agenzia delle Entrate aveva rideterminato il reddito di un contribuente, esercente una piccola attività artigiana, basandosi esclusivamente sugli studi di settore, e senza tener conto dello stato di parziale invalidità (56%) del contribuente di cui pure era a conoscenza.

La CTR ha accolto il ricorso di quest’ultimo argomentando che “l’esistenza di una situazione di invalidità di tale misura non permette di considerare le capacità produttive del soggetto secondo criteri standard statisticamente determinati”.

Quindi, i “criteri standard” degli studi di settore vanno confrontati con la realtà effettiva : essi possono giustificare l’avvio di un procedimento di accertamento, ma non costituire l’unica giustificazione dello stesso, se esistono fatti e prove contrarie che impediscono di ritenere applicabili al caso concreto le risultanze degli studi, impossibilità di cui gli uffici finanziari devono obbligatoriamente tener conto.


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