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Studi di settore, Federorafi: “Combattere l’evasione, ma in un contesto chiaro e non vessatorio”

Studi di settore, “è opportuno fare le dovute distinzioni”. Anche Confindustria Federorafi dice la sua sulla notizia relativa ai redditi degli orafi, che secondo i dati diffusi dal dipartimento delle Finanze del Ministero dell’Economia, si attesterebbero sui 12.300 euro annui (dati relativi all’anno di imposta 2009).

È necessario distinguere tra gli studi di settore riguardanti il commercio al dettaglio (22.000 negozi di vendita di oreficeria/gioielleria) e quelli del comparto produttivo, una delle eccellenze del manifatturiero made in Italy con oltre 10.000 imprese, 50.000 dipendenti diretti e che detiene il sesto saldo commerciale attivo con l’estero”, fa sapere Confindustria Federorafi.

“Sul fronte della produzione le cifre sono lo specchio della crisi che ha colpito il settore dai primi anni 2000 e che si è pesantemente acuita negli ultimi tempi. Un dato su tutti – sottolinea la presidente Licia Mattioli (nella foto a sinistra) -: dal 2005 al 2010 le quantità di oro lavorate dalle imprese Italiane sono scese del -58%. Nel 2001 trasformavamo in gioielli quasi 500 tonnellate di oro, nel 2010 le quantità sono precipitate a 116 tonnellate. È stata quindi inevitabile la contrazione della produzione, del numero di addetti e delle imprese. Molte aziende hanno avuto negli ultimi anni pesanti perdite e alcune sono state interessate anche a procedure concorsuali o di ristrutturazione debitoria; nello stesso periodo le ore autorizzate di cassa integrazione sono state nell’ordine di diversi milioni. Tutto questo in un contesto internazionale aggressivo, spesso sleale e iperprotetto da dazi e barriere non doganali nonché iperaiutato da incentivi e aiuti governativi, mentre in Italia da sette mesi non esiste più l’ICE, l’ente dedicato ad aiutare le imprese, soprattutto PMI,nell’internazionalizzazione, i costi di produzione e finanziari, per le difficoltà di accesso al credito, sono cresciuti esponenzialmente così come il prezzo delle nostre materie prime preziose che negli ultimi due anni è aumentato del +60% (oro), del +142% (argento) e del +41% (platino). Sempre in merito agli studi di settore, nel precisare che si applicano ad aziende di produzione che si trovano sotto un determinato limite di ricavi (€ 5 milioni) e che le imprese più strutturate non vi rientrano, occorre ricordare che per la tipicità del settore (in media 5 dipendenti per azienda) c’è anche una sostanziale sovrapposizione della figura dell’imprenditore con quella dell’amministratore, remunerato dall’impresa per la sua attività, il cui costo è quindi compreso tra quelli dichiarati. In ogni caso – conclude Licia Mattioli – le imprese non stanno a guardare ma stanno reagendo per rilanciarsi sul mercato interno e su quelli internazionali (l’Italia esporta il 70%), investendo in nuovi prodotti, in innovazione tecnologica, in ricerca e sviluppo. Per evitare un’indiscriminata, dannosa e generalizzata “caccia alle streghe” bisogna quindi leggere bene i numeri. L’evasione va combattuta e l’Agenzia delle Entrate ha i mezzi e le competenze per affrontarla all’interno però di un contesto di regole fiscali chiare, certe, non vessatorie e, soprattutto, armonizzate almeno a livello dei 27 Paesi dell’Unione Europea per non creare ulteriori discriminazioni per i gioielli made in Italy”.


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