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Stefania Trenti, Intesa Sanpaolo: “Nel secondo trimestre l’export è calato del 70,8% in valore. Il crollo non ha risparmiato nessuno dei mercati di sbocco”.

Per la responsabile del centro Studi: “Ora che la strada è più in salita non ci si può assolutamente permettere di frenare sul piano degli investimenti e del continuo ripensamento del proprio posizionamento competitivo”.

I destini dei mercati sospesi tra evoluzione della pandemia e scoperta dei vaccini. Stefania Trenti, responsabile Industry del Servizio Studi e Ricerche di Intesa Sanpaolo e ricercatrice nell’ambito dell’economia industriale, in particolare sui temi della competitività e dell’innovazione tecnologica, riflette su diversi temi economici di attualità: dall’economia italiana nella seconda fase del Covid all’evoluzione dell’export nel settore orafo in questo secondo trimestre del 2020, sino alle nuove sfide del settore del gioiello.

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Stefania Trenti

L’economia italiana, già messa a dura prova dalla prima ondata Covid 19, riuscirà a limitare i danni della seconda e in che modo?

L’esperienza della prima ondata e delle relative misure di contenimento ci hanno fatto capire con chiarezza l’ampiezza dell’impatto economico di chiusure generalizzate: il PIL italiano ha registrato nel secondo trimestre dell’anno una contrazione significativa, con i principali indicatori dell’attività economica, dalle vendite al dettaglio alla produzione industriale che hanno toccato nel mese di aprile livelli di minimo, mai registrati finora. Si è trattato di uno shock inedito, che ha colpito contemporaneamente l’offerta e la domanda, data la chiusura pressocchè generalizzata sia delle attività produttive che di quelle distributive, in Italia e nei nostri principali mercati di sbocco e di approvvigionamento. Le drastiche soluzioni adottate erano in parte il frutto della minore conoscenza del comportamento del virus e della mancanza su larga scala degli strumenti necessari alla diagnosi, alla cura e alla protezione individuale. La situazione appare, pertanto, differente in questa seconda difficile fase e molti paesi, oltre al nostro, stanno procedendo con misure meno generalizzate, sia per quanto riguarda i settori coinvolti che i territori. Sicuramente ci saranno degli effetti significativi che vedremo riflessi nell’andamento del PIL dell’ultimo trimestre, ma le attese non vedono un crollo simile a quello primaverile. L’esperienza della prima parte dell’anno, poi, ci ha mostrato quanto rapido possa essere il recupero: durante i mesi estivi si è assistito ad un rimbalzo significativo e più intenso di quanto previsto che conforta sulla capacità di reazione del nostro tessuto produttivo.

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Dai monitor relativi ai distretti industriali regionali italiani compilati da Intesa Sanpaolo emerge che l’export del comparto oreficeria nelle regioni Piemonte (oreficeria Valenza), Toscana (oreficeria Arezzo) e Veneto (oreficeria Vicenza) ha subìto un sonoro stop nei primi 3 mesi del 2020. In Veneto le esportazioni di questo settore sono calate del 51% tornando ai livelli di 4 anni prima. Come commenta questa situazione?

Abbiamo aggiornato le nostre analisi sull’evoluzione delle esportazioni del settore orafo e dei principali distretti al secondo trimestre e la situazione è ulteriormente peggiorata, dato che il mese di aprile è stato il momento più critico in termini di lockdown sia in Italia che in molti altri nostri mercati di sbocco. Nel secondo trimestre l’export italiano di gioielli in oro è calato del 70,8% in valore e del 49,3% in quantità, portando il dato medio del semestre al -44,6% in valore e del 38,3% in quantità. Il crollo è stato diffuso a tutti i principali distretti produttivi (Vicenza -41,6%, Arezzo, -44,6%, Valenza Po -52,6% il calo dell’export di gioiellerie e bigiotteria nel primo semestre). Il crollo non ha risparmiato nessuno dei mercati di sbocco.


Le imprese della gioielleria, non solo in Italia, stanno vivendo una tempesta perfetta.
La pandemia ha, infatti, portato ad un elevatissimo livello di incertezza che, unito all’ampia liquidità presente sui mercati finanziari, ha spinto le quotazioni dei preziosi a livelli massimi, con effetti depressivi immediati sulla domanda, in particolare da parte di alcuni mercati importanti, come quello indiano, molto sensibili al prezzo. A questo effetto negativo si è sommato l’impatto della chiusura dei canali distributivi e del blocco dei flussi turistici, un importante driver del settore. Si tenga conto tra l’altro che per questo settore il canale dell’online ha minori possibilità di affermarsi, sia per un tema di fiducia che per i forti connotati esperienziali connessi all’acquisto di un gioiello. Da ultimo, ma non per questo meno importante, l’acquisto di gioielli è stato ulteriormente frenato dal calo dei redditi disponibili e dall’aumento dell’incertezza sul futuro derivanti dalla crisi pandemica. Secondo i dati del World Gold Council la quantità di gioielli in oro domandata a livello mondiale si è letteralmente dimezzata.

Nel 2008 con la crisi finanziaria Americana, il settore orafo ha subìto una battuta di arresto “importante”. Quanto tempo è servito per recuperare? Possiamo ritenere di essere nella medesima situazione?

La crisi finanziaria del 2008-09 ha avuto un impatto importante per il settore orafo: secondo i dati di Refinitiv GFMS le quantità domandate di gioielli in oro a livello mondiale crollarono del 10% nel 2008 e di quasi il 30% nel 2009. Si dovette aspettare il 2013 per tornare sui livelli del 2007, complice anche la successiva crisi finanziaria legata ai debiti sovrani che investì l’Europa. L’export italiano risentì fortemente della crisi. Per quanto riguarda i gioielli in oro, però, il recupero fu relativamente rapido: in termini di valori già nel 2012 si registrarono vendite all’estero del 6% circa superiori rispetto al 2007, con un trend di crescita che, al netto di qualche anno meno positivo, è proseguito fino al 2019. Per quanto riguarda le quantità, però, non si è mai più tornati ai livelli del 2007: lo scorso anno abbiamo esportato nel mondo 214 tonnellate di gioielli in oro, circa un terzo in meno rispetto alle 327 tonnellate del 2007. Questo dato, da solo, illustra molto bene il percorso di innalzamento qualitativo intrapreso dal settore ma anche l’avvio di un processo di selezione che ha colpito soprattutto i produttori che non sono stati in grado di reagire alle pressioni concorrenziali sulle fasce più basse e standardizzate dell’offerta. Difficile, al momento, fare ipotesi su che cosa succederà nei prossimi trimestri. I primi dati estivi evidenziano sicuramente un miglioramento dai minimi primaverili, sia a livello globale che per quanto riguarda l’export italiano ma siamo ancora nettamente al di sotto dei livelli del 2019. Molto dipenderà dall’evoluzione della crisi pandemica, con tutte le attese riposte nell’arrivo dei vaccini che daranno un contributo fondamentale nell’aiutarci a convivere con il nuovo virus. In un orizzonte più di medio termine, una volta ristabilite condizioni di domanda migliori, tutto si giocherà nella capacità di reazione delle imprese italiane di fronte alle grandi sfide poste dalla pandemia.

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Nel 2018, sulla nostra pubblicazione del decennale, lei affermava quanto la rivoluzione digitale rappresentasse la principale sfida del settore del gioiello. Testualmente specificava: “Per le circa 6.000 imprese orafe italiane la sfida sarà quella di cogliere pienamente queste opportunità: formazione, crescita dimensionale, ruolo delle filiere saranno i temi chiave nei prossimi anni per rafforzare il made in Italy del gioiello che continuerà a contare sull’elevato know-how produttivo e creativo alla base dei risultati degli ultimi anni”. Questa sua riflessione la ritiene ancora valida?

Si tratta sicuramente di temi ancora attuali e, anzi, resi ancora più urgenti dalla crisi attuale: preservare il valore del nostro know-how produttivo e creativo è un aspetto fondamentale per poter pensare di ripartire e recuperare terreno. La pandemia, tuttavia, ha messo al centro della riflessione anche altri aspetti che diventeranno sempre più importanti nelle logiche di acquisto dei prossimi anni, in primis i temi legati alla sostenibilità sociale e ambientale, inclusi gli aspetti etici, particolarmente importanti per il mondo del gioiello. Pensiamo che tutto il mondo del Made in Italy e, in particolare, la fascia più alta della gamma possano beneficiare di questa crescente attenzione dei consumatori. In quest’ottica, la capacità di comunicare, valorizzando efficacemente la nostra offerta anche con azioni di sistema, diventerà ancora più cruciale nei prossimi anni. La crisi pandemica, con l’aumento delle vendite online, potrebbe poi aprire maggiori possibilità di sviluppo anche nel settore orafo: un consumatore più abituato potrebbe, infatti, superare quelle barriere di fiducia che frenano l’acquisto digitale di prodotti ad elevato valore unitario, soprattutto se gli operatori saranno in grado di creare formule accattivanti e sicure.

Crede nella competitività del sistema orafo italiano?

Il settore orafo italiano ha mostrato negli ultimi anni una forte capacità di reazione: molti operatori hanno capito che era inutile continuare a guardare ai successi di un passato oramai molto lontano e irraggiungibile. Si è lavorato molto e si è investito molto, anche sulle persone, per raggiungere i buoni risultati che hanno caratterizzato negli ultimi anni una parte dell’offerta italiana. Si tratterà di proseguire lungo questa strada: adesso che è ancora più in salita non ci si può assolutamente permettere di frenare sul piano degli investimenti e del continuo ripensamento del proprio posizionamento competitivo.

In Giappone pare stia arrivando una terza ondata del virus. C’è una “formula” per salvarsi? Cosa l’industria italiana può fare ora per ridurre il danno?

Non sono un’epidemiologa ma la realtà di queste settimane ci fa capire che non bisogna abbassare la guardia e che fino a quando un vaccino efficace non sarà a disposizione di una quota elevata della popolazione mondiale dovremo imparare a convivere con il virus. L’industria può dare un grande contributo per mantenere livelli più elevati possibile di sicurezza nei propri impianti e laboratori, con l’adozione di tutti gli strumenti di protezione disponibili, procedendo al controllo periodico del personale per isolare fin da subito gli eventuali cluster o anche utilizzando, per esempio per le mansioni commerciali e amministrative, forme di lavoro a distanza o rimodulando i propri orari per favorire il distanziamento sui mezzi di trasporto etc.


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