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Sentenza della cassazione: Se il ricarico è troppo basso scatta l’accertamento

Il dettagliante che applica un ricarico troppo basso alle merci in vendita può essere legittimamente sottoposto ad accertamento fiscale, anche se la contabilità è formalmente regolare : lo afferma la Cassazione con la sentenza n. 1839 del 29 gennaio 2014.

Il caso si riferisce ad un commerciante di abbigliamento il quale risultava applicare un ricarico medio del 9,78%, considerato troppo basso per il settore di appartenenza. A tale conclusione erano giunti gli ispettori fiscali, confrontando i prezzi delle merci esposte con quelli delle fatture d’acquisto. Ciò nonostante, il contribuente aveva avuto la meglio sull’Agenzia delle Entrate nei primi due gradi di giudizio, facendo valere la regolarità delle proprie scritture contabili. La Cassazione ha però ribaltato il giudizio delle Commissioni Tributarie, ritenendo che l’evidente “antieconomicità di un comportamento posto in essere dal contribuente, poiché assolutamente contrario ai canoni dell’economia aziendale”, impone a quest’ultimo “l’onere di fornire, al riguardo, le necessarie spiegazioni. In difetto, sarà pienamente legittimo il ricorso all’accertamento induttivo da parte dell’amministrazione”.

Ed a nulla serve che la contabilità sia in ordine, poiché questo solo fatto non costituisce prova contraria rispetto alle presunzioni formulate dal Fisco in presenza di un comportamento palesemente antieconomico, difficilmente giustificabile da parte del contribuente. Su di lui ricade l’onere di provare, con adeguate motivazioni e dati concreti, che i bassi ricarichi hanno una giustificazione economica, per es. nella necessità di liquidare rapidamente il magazzino oppure con la pressione concorrenziale esercitata dai competitori diretti. Per completezza del quadro proposto, ci pare utile richiamare una precedente pronuncia della Suprema Corte (sentenza n. 19136 del 7 settembre 2010) la quale sembrerebbe in contraddizione con la sentenza odierna. Scrivevano allora i Giudici : “in presenza di scritture contabili formalmente corrette, non è sufficiente, ai fini dell’accertamento di un maggior reddito d’impresa, il solo rilievo dell’applicazione da parte del contribuente di una percentuale di ricarico diversa da quella mediamente riscontrata nel settore di appartenenza, posto che le medie di settore non costituiscono un ‘fatto noto’ …, ma soltanto il risultato di una estrapolazione statistica di una pluralità di dati disomogenei, risultando quindi inidonee, di per sé stesse, ad integrare gli estremi di una prova per presunzioni”. In altre parole, secondo i Giudici, l’applicazione di un ricarico più basso della media non è condizione sufficiente per giustificare l’attribuzione di un maggior reddito d’impresa, con le relative imposte e sanzioni. L’imprenditore può liberamente scegliere se applicare un ricarico inferiore a quello dei concorrenti purché, come vedremo, la scelta sia economicamente sostenibile e giustificabile.

Infatti, prosegue la Corte, nella citata sentenza del 2010 : per giustificare l’accertamento occorre “qualche elemento ulteriore – tra cui anche l’abnormità e l’irragionevolezza della difformità tra la percentuale di ricarico applicata dal contribuente e la media di settore – incidente sull’attendibilità complessiva della dichiarazione, ovverosia la concreta ricorrenza di circostanze gravi, precise e concordanti.

Quindi, la differenza tra la percentuale di ricarico applicata dall’imprenditore e quella riscontrabile nelle medie di settore non deve essere di dimensioni tali da porre in dubbio l’attendibilità di tale dato (la percentuale di ricarico) e quindi la veridicità delle stesse scritture contabili.

In effetti, queste due sentenze della Cassazione, apparentemente contraddittorie, riaffermano il medesimo principio : l’accertamento fiscale deve fondarsi su dati concreti, riferibili alla realtà effettiva dell’azienda, e non sull’applicazione di medie statistiche o di parametri, i quali, come da consolidata giurisprudenza, costituiscono solamente delle “presunzioni semplici” che devono essere corroborate da “circostanze gravi, precise e concordanti”.

L’”errore” (se così lo si può definire) dell’imprenditore incappato nella censura della Cassazione nella sentenza del 2013 consiste allora nell’aver applicato percentuali di ricarico troppo basse, e nel non aver saputo giustificare un comportamento apparentemente antieconomico, non in linea con una corretta gestione aziendale.


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