di


Se i soci litigano gli studi di settore non valgono

La redditività di una società può essere gravemente compromessa dal disaccordo tra i soci, il quale può influenzare l’operatività aziendale fino quasi a paralizzarla.

È un’eventualità che accade non di rado e che chi fa il mestiere d’impresa conosce bene, per aver visto molti casi di società potenzialmente redditizie che si impantanano per contrasti tra soci o tra familiari.

Purtroppo questa è una circostanza non contemplata dagli studi di settore, per cui può darsi il caso che il Fisco, applicando pedissequamente i parametri risultanti dagli studi ad una realtà aziendale apparentemente normale, possa calcolare ricavi presunti senza tener conto dello stato di disordine nella conduzione dell’azienda che è alla radice della diminuzione dei ricavi  denunciati dall’azienda stessa.

Il caso che qui esaminiamo si riferisce ad una società in nome collettivo nei confronti della quale (e dei suoi soci) l’Agenzia delle Entrate aveva emesso avvisi di accertamento in ordine ad Iva, IRPEF ed IRAP in seguito alla rettifica del reddito della società conseguente all’applicazione degli studi di settore.

Già la Commissione tributaria provinciale aveva dato ragione ai contribuenti, osservando che “lo stato di litigiosità fra i soci”  poneva di fatto  “la società al di fuori del parametro di applicabilità degli studi standardizzati”.

Avendo la Commissione tributaria regionale rovesciato il giudizio di primo grado, gli ex-soci sono dovuti ricorrere in Cassazione.

La Suprema Corte, con sentenza n. N. 8706  del 10 aprile 2013, ha accolto il ricorso dei contribuenti, annullando la sentenza della Ctr e rinviandola ad altra sezione della stessa.

Secondo la Cassazione,  “la società contribuente, anche in sede di contraddittorio ma soprattutto nel corso del giudizio, prima dell’emissione dell’atto impositivo, ed i soci avevano evidenziato la sussistenza di elementi oggettivi che inducevano a ritenere inadeguato il percorso tecnico – metodologico seguito dallo studio per giungere alla stima, in presenza di cause particolari che avevano potuto influire negativamente sul normale svolgimento dell’ attività nell’anno 2000 (la situazione di conflitto tra due soci, V. ed A. P.; la volontà del P. V. di sciogliere il rapporto sociale, in scadenza al 31/12/2000; la soluzione della cessione delle quote, dai soci G. ed A., a V. e G. P., intervenuta tuttavia soltanto nell’anno 2001, a marzo; i licenziamenti di due dipendenti nell’anno 2000), collocando la società contribuente al di sotto del livello determinato dallo studio, anche con il contributo degli indicatori di normalità.”

In altre parole, vi erano fatti documentati, quali la volontà manifestata da uno dei soci di sciogliere la società, la cessione delle quote da parte di altri due soci, il licenziamento di due dipendenti che dimostravano ampiamente lo stato di ingovernabilità e conseguente difficoltà operativa della società.

In questo caso, secondo la Corte, trova piena applicazione l’art. 10 comma 4 della legge 146/98 in base al quale gli studi di settore non sono applicabili alle imprese che “non si trovano in un periodo di normale svolgimento dell’attività”.

In generale, ci troviamo  qui di fronte alla riaffermazione di un principio più volte ribadito dalla giurisprudenza della Cassazione: gli studi di settore devono essere posti a confronto con la situazione concreta del contribuente; la loro applicazione deve tener conto di tutti i fattori, anche quelli eccezionali e non prevedibili, che possono aver alterato il normale corso dell’attività aziendale.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *