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Se gli orafi incontrano il mondo della ricerca…

Svincolatosi, grazie alle recenti riforme, da una certa forma d’assopimento e di chiusura in se stesso, il mondo della ricerca universitaria cerca d’uscire dall’isolamento guardando con interesse le realtà dinamiche del tessuto produttivo. Bastonati ben bene dalle crisi economico-finanziarie e dai mutamenti della distribuzione internazionale del lavoro gli imprenditori scoprono che dietro l’angolo tutta la possibile innovazione non potrà essere null’altro che ricerca scientifica applicata ai propri prodotti. Cari gioiellieri, quando le leve del costo del lavoro vi congiurano contro, quale altra risorsa, se non la ricerca di standard qualitativi innalzati dalla ricerca scientifica, può innovare l’impresa? Segnali di questo avvicinamento pubblico-privato si scorgono anche nel ramo orafo ma sono più che altro i prodromi di un itinerario ancora da definirsi. Il recente convegno di Bari di Gemmologia Scientifica (CIGES) , tentativo recente di avvicinare il mondo orafo a quello accademico, s’è incentrato prevalentemente sul proposito di raccordare le varie esperienze nel campo della ricerca gemmologica. Il comparto dei gioielli ha molto da guadagnare dalla frequentazione dell’universo della ricerca: metallurgia, mineralogia, studi “culturali” su gemme e gioielli, design, marketing, progettazione di nuove strategie d’impresa, riposizionamento dell’export, responsabilità sociale e così via. In un approccio interdisciplinare, curioso del nuovo ed orgoglioso di una tradizione vissuta in modo consapevole e non piatto ed acritico.

Ma c’è ancora molto lavoro da fare perché i due mondi si incontrino. Gli imprenditori dalla ricerca s’aspettano dei ritorni immediati, gli accademici dalle imprese sperano di ricavare risorse di livello pari alle ambizione dei loro programmi. La dicotomia non è che un ulteriore specchio sul nostro paese. Dove le piccole o molto piccole attività (capaci fino all’altro ieri di brillare di luce propria) veleggiano disordinatamente diffidando di tante ricette miracolistiche calate dall’alto per indebolirsi proprio a causa delle loro ridotte dimensioni. Il ramo della ricerca, invece, spesso protetto dalla sfera pubblica dalle intemperie della crisi, si interroga come mai le proprie capacità migliori, apprezzate dal consesso internazionale, non siano messe a profitto dagli imprenditori. Eppure questa sinergia è un passaggio obbligato se è vero che il gioiello italiano deve tornare a riempirsi di contenuti qualificanti per non rassegnarsi ad essere un brand amorfo nelle scaltre mani di indiani o cinesi. Ci vuole un pò di tempo e di pazienza. Qualche orafo dovrà frequentare l’Università e qualche accademico dovrà sedersi al banchetto.


2 commenti

  1. marco picciali says:

    un problema della mancanza di trasferimento di competenza dalla ricerca tecnica “assistita” credo sia anche nei costi delle tecniche proposte….. oltre ad una tradizionale ritrosia ad abbandonare la tradizione


  2. roberto grazioli asti says:

    come per tutte le tabelle mercelogiche la Camera di Commercio deve richiedere i requisiti necessari a chi vuole aprire quell’attività commerciale propia al commercio dei metalli e delle pietre preziose. Senza il necessario studio di base inteso a riconoscere una pasta vitrea da un berillo acqua marina non vanno da nessuna parte. Non è possibile vendere uno smeraldo incassato nell’oro senza fornire al cliente i dati fisici ottici della pietra, con tanto di certificato. in cui si deve leggere l’indice di rifrazione è il peso specifico della pietra. Roberto Grazioli Asti


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