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Rubino “composito”, i nodi vengono al pettine

Come previsto nell’articolo pubblicato su Preziosa ormai più di 2 anni fa e che abbiamo deciso di riproporvi data l’attualità dell’argomento, i problemi relativi al rubino trattato per infiltrazione con vetro al piombo stanno venendo a galla. In molti casi l’inesattezza ed a volte la totale mancanza di informazioni riguardo alla reale natura del materiale ed alle precauzioni da seguire per non alterarne le caratteristiche hanno fatto sì che in diverse parti del mondo si stiano sollevando proteste da parte della clientela che, negli ultimi anni, ha acquistato in massa il prodotto rendendolo in breve best seller incontrastato tra le gemme low-cost.

rubino 1

Emblematico il caso degli Stati Uniti dove, a seguito di una puntata ad-hoc della seguitissima trasmissione televisiva Good Morning America è stata addirittura messa a punto una class action nei confronti del gigante Macy’s (http://www.macysjewelrylawsuit.com/ ) il cui personale addetto alle vendite si sarebbe reso responsabile (a detta degli attori della causa) di aver venduto i rubini come naturali senza informare i clienti del trattamento . C’è il sospetto che la vera motivazione di risentimento risieda nell’aver scoperto il “reale” valore di un materiale che nel corso del tempo ha visto la percentuale di riempiente aumentare a tal punto da rendere il rubino monorifrangente (notoriamente il rubino è birifrangente) e dal farlo identificare da alcuni laboratori come “composito”.


Preziosa gennaio 2009: Cosa succede al rubino “riempito”?

Il rubino trattato per riempimento (vedi box) pone un bel po’ di problemi all’operatore coscienzioso. Come classificare questa pietra quando un acquirente chiede spiegazioni? Come sarà la sua durata nel tempo se sottoposto agli agenti chimici tipici della lavorazione orafa?
Il pensiero degli addetti ai lavori andrà subito ai bagni decappanti utilizzati dagli orafi per disossidare oggetti sottoposti a saldatura. Infatti, come si potrà vedere nelle prove che abbiamo realizzato, i riempienti tuttora più diffusi (vetro al piombo) sono  particolarmente sensibili a quel tipo di acidi, anche ai più ecologici e tendono a  dissolversi nel giro di pochi minuti lasciando profondi solchi, simili a canyon, sulle superfici della gemma. Inoltre la sensibilità del trattamento ad agenti chimici aggressivi ne rende pericolosa l’esposizione anche a prodotti come l’ammoniaca o la varechina che fanno largamente parte dell’esperienza quotidiana come costituenti di comuni detersivi.

Foto 1-6) Effetti dell’immersione in soluzione Sparex per imbianchimento a 60°C. Dall’alto, rubino prima dell’immersione, dopo 15 e 60 minuti;
Foto 1-6) Effetti dell’immersione in soluzione Sparex per imbianchimento a 60°C. Dall’alto, rubino prima dell’immersione, dopo 15 e 60 minuti;

Il nostro test ha impiegato campioni di materiale comunemente reperibile di grandezze da 0.85 ct a 1.17 ct. L’immersione negli elementi chimici è stata effettuata per intervalli di 15, 30 e 60 minuti. Sono stati presi in considerazione prodotti utilizzati comunemente nei laboratori orafi e per la pulizia della casa, in particolare: soluzione biologica Sparex per imbianchimento, soluzione galvanica per rodiatura, lavaggio chimico a ultrasuoni, acetone, varechina, ammoniaca e succo di limone. Una differenza sostanziale rispetto a quello che è considerato lo studio più documentato su questo trattamento (Gems & Gemology, Vol XLII, spring 2006) riguarda la reazione dei rubini all’esposizione ad acetone e varechina. Nei nostri test non si sono verificati danneggiamenti, neppure superficiali, anche dopo 60 minuti di immersione.

    Foto 7-8) Effetti a seguito immersione in succo di limone per 5 minuti; foto 9) Bolle gassose nel riempiente.
Foto 7-8) Effetti a seguito immersione in succo di limone per 5 minuti; foto 9) Bolle gassose nel riempiente.

La spiegazione potrebbe risiedere nella differente composizione chimica del riempiente migliorata per consentire maggior durabilità alle pietre. In sostanza il problema maggiore deriva dall’esposizione alla soluzione per imbianchimento (vedi foto 1-6) che causa danneggiamenti consistenti a carico del riempiente anche solo dopo i primi 5 minuti di immersione. Il solo altro agente chimico che abbia provocato danni, anche se in maniera drasticamente inferiore, è stato il succo di limone (vedi foto 7/8).

Tuttavia si sono riscontrati comportamenti differenti tra materiali provenienti da fornitori diversi. In alcuni casi, ad esempio le gemme hanno resistito al lavaggio ad ultrasuoni, in altri ne sono risultate irrimediabilmente danneggiate. La spiegazione è quasi certamente dovuta alle numerose varianti di composizione del riempiente chimico per cui, in conclusione non è possibile escludere danneggiamenti anche da parte di solventi che non ne  hanno provocati nei nostri test.  In definitiva ci sono più evidenze che fanno congetturare che i materiali riempienti e le tecniche stesse di riempimento, abbiano subito un’evoluzione. Le differenze sostanziali tra il trattamento originario e il più recente riguardano modifiche apportate agli ingredienti del riempiente che hanno consentito una drastica riduzione dell’effetto flash osservabile al microscopio.

Per contro la presenza di bolle gassose è notevolmente aumentata (foto 9) ma questo  potrebbe essere in parte derivante dal materiale di partenza che presenta fessurazioni più ampie rispetto a quello più datato. In conclusione, anche pur violando una delle leggi base riguardanti i trattamenti comunemente accettate dal commercio e cioè la stabilità/durevolezza, questo materiale ha ormai trovato una collocazione permanente sul mercato, un rubino  trattato, abbastanza grande e per tutte le tasche.  Ma il punto chiave per i professionisti rimane quello di prendere coscienza della natura gemmologica del prodotto, della sua relativa resistenza e scarsa durata nel tempo.  E’ dunque cruciale per il gioielliere accertarsi di cosa si acquisti, intervenire con cautela sul rubino “riempito” per evitare spiacevoli sorprese e  veicolare al cliente finale  informazioni corrette.

Dalla Tailandia, il rubino rosso trattato si è diffuso in tutto il mondo

Uno spettro si aggira nei laboratori orafi e nelle gioiellerie di tutto il mondo. Infatti  a partire dal 2004 una valanga di rubini, che si sono presto rivelati essere riempiti con sostanze vetrose, si è riversata dalla Tailandia su tutti i mercati, compreso il nostro, a prezzi esageratamente competitivi (attualmente dai 30 ai 70 € per carato per gemme anche di 10 carati) se si considera la cronica penuria di rubini nelle qualità gemma e di peso superiore ai 3 carati. Manco a dirlo, il successo è stato immediato. Il procedimento riprende in Tailandia  una tecnica per il miglioramento della purezza nei diamanti messa a punto nel 1982 da Zvi Yehuda.

Nel caso del rubino il materiale di partenza (quasi esclusivamente di provenienza Malgascia di Andilamena) con un buon colore e molto incluso, una volta portato ad elevate temperature viene infiltrato con un composto di sostanze che facilita il percorso della luce all’interno della pietra. Il risultato è miracoloso: materiale praticamente invendibile a causa di estese fessurazioni assume l’aspetto di gemme ormai quasi introvabili sul mercato. Il rubino “riempito” al vetro-piombo sta irrompendo con decisione nel mercato italiano, al punto che nelle ultime edizioni della Fiera di Vicenza troneggiava sovranamente in molte vetrine non solo del padiglione internazionale, illudendo i più sprovveduti sulla disponibilità di rubini naturali a prezzi da ribasso. Così non è. Anzi, al contrario, le quotazioni di gemme naturali di dimensioni ragguardevoli stanno raggiungendo vette impensabili  a causa dell’inaridimento dei siti tradizionali di reperimento in Birmania (la Tailandia praticamente non produce più rubini da un decennio).


5 commenti

  1. Silvana says:

    Ottimo articolo,tra i migliori sul web.
    Mi piacerebbe leggere su preziosa la vostra impressione sui corindoni riscaldati e la relativa classificazione che alcuni istituti cercano di attuare .


  2. Alberto Scarani says:

    La ringrazio per i complimenti.
    Per quanto riguarda il riscaldamento delle pietre preziose Le segnalo un articolo pubblicato sul numero giugno/luglio 2009 di Preziosa, nel caso non avesse a disposizione la rivista potrà leggerla direttamente online accedendo all sezione “rivista” in alto. La classificazione utilizzata dai maggiori laboratori a livello mondiale appartenenti all’LMHC (Laboratory Manual Harmonization Committee) risponde alle circolari da esso emanate che potrà trovare al seguente indirizzo:http://www.lmhc-gemology.org/LMHC_Information_sheets.html


  3. Rinaldo Cusi says:

    Plaudo alla chiarezza con cui è stato affrontato e svolto l’argomento
    non si può più ignorare il problema.Avevo già in programma di sensibilizzare i dettaglianti soci dell’ Associazione Orafa Lombarda,chiedo pertanto l’autorizzazione a girare l’articolo
    tramite la nostra segreteria.Grazie


  4. Alberto Scarani says:

    La ringrazio per i complimenti e sono pienamente d’accordo, il problema va assolutamente affrontato a tutti i livelli della filiera commericale per mantenere credibilità nei confronti di una clientela, sopratutto oggigiorno, sempre più disorientata. Dalla data di pubblicazione del primo articolo sono trascorsi ormai quasi un paio d’anni e la situazione è, se possibile, ulteriormente peggiorata. Se infatti all’inizio il materiale di partenza era quasi sempre costituito da cristalli grezzi di corindone varietà rubino di scarsissima qualità , al giorno d’oggi non è infrequente imbattersi in pietre costituite letteralmente da un’amalgama di frammenti tenuti insieme dal riempiente, tanto che, dopo un semplice passaggio di pochi minuti nella soluzione di imbianchimento della nostra splendida pietra non rimarranno che minute scheggie. Per quanto riguarda l’autorizzazione alla pubblicazione dell’articolo ritengo che debba rivolgersi direttamente alla direzione di Preziosa dato che tutto il materiale pubblicato è soggetto a Copyright.


  5. Alberto says:

    Complimenti per l’articolo davvero ben scritto e molto esauriente oltre che interessante. Ottime anche le foto che mostrano i potenziali effetti dannosi!


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