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Rosmundo Giarletta «L’importante è avere identità e stile propri»

Con l’archetto da traforo realizza gioielli scultura, che affascinano clienti e musei del mondo, stregando anche Ranieri di Monaco.

Da dx Rosmundo Giarletta con suo figlio

Rosmundo Giarletta è legato a doppio filo alla sua Eboli, dove ha la bottega. Per lui un ritorno alle origini, partendo da Varese, dove è cresciuto e si è diplomato al liceo artistico e passando per Firenze, dove ha conseguito il titolo di Maestro d’arte orafa e ha frequentato la bottega di Lido Bacci alla Casa dell’Orafo «una bellissima esperienza di vita e di lavoro». Il richiamo delle radici, però, era più forte. «A 21 anni ho deciso di tornare a casa ed è iniziata la mia vita artistica. Ho lavorato con soprintendenze museali e nel 1997 ho realizzato la prima opera per il principe Ranieri di Monaco, del quale sono poi stato l’orafo fino al 2005 e che mi ha nominato Cavaliere all’arte e alla cultura».

Quel primo gioiello, “Te Deum”, con 700 gemme – tante quanti gli anni del Principato – la bandiera dello stesso realizzata in rubini e diamanti e i valori della nobiltà monegasca vergati sui lati con la tecnica del traforo figurativo a nido d’ape, suo marchio di fabbrica.

«Ho sviluppato questa tecnica in senso figurativo – spiega il maestro – arrivando a creare delle immagini che non sono saldate sulla superficie del gioiello, ma realizzate direttamente con l’archetto. È la mia identità. Le mie opere sono scatolate, con un recto, un bordo e un verso, nei quali traforo soggetti differenti. Ad esempio, un sole sul recto, il nome della donna sul bordo e un girasole simbolo d’amore eterno sul verso. Queste opere d’arte montano poi tutte diamanti eccezionali, ovviamente naturali».

Te Deum – fronte

Giarletta, diplomato in “Diamond grading and identification” al Gemmological institute of America (Gia) e da anni membro della Borsa diamanti di Milano, non vuole infatti sentir parlare di pietre lab grown.

«Quando si realizza un gioiello lo si fa con anima e passione – afferma – montare qualcosa di prodotto in laboratorio sminuirebbe il nostro mondo, l’artigianalità e la creatività. Già oggi non si parla più di gioiello, ma vedo tanta bigiotteria montata. Un monile rappresenta una tradizione che si tramanda di padre in figlio, come alla Casa dell’orafo; è il fascino del made in Italy, che non può essere svilito così. La mia tecnica richiede giorni e giorni di lavoro, non potrei veder montata una pietra non naturale».

Secondo il maestro, il futuro dell’oreficeria italiana risiede proprio nel non accantonare la propria tradizione. «Noi italiani siamo artisti – continua – e non dobbiamo dimenticarcelo, è il nostro passato che dobbiamo riprendere per andare avanti ed è l’unica cosa che ci può salvare. Ho vetrine in Costiera Amalfitana, dove i clienti sono americani e inglesi, che comprano il gioiello non solo per il pezzo in sé, ma per quello che trasmette, il pensiero. Io poi sono molto legato al territorio, ne studio la storia e la metto nei miei lavori».

Te Deum- retro

Territorio significa anche bottega, che per il Maestro Rosmundo non è qualcosa di passato, ma la vera dimensione di chi crea gioielli.

«La mia è un’attività di famiglia, che condivido con mia moglie Maria Rosaria, incassatrice, e con i miei figli Francesco e Giuseppe, entrambi orafi e diplomati all’Hrd di Anversa. Il primo è in bottega con me, l’altro invece nel nostro ufficio di Londra. A loro ho insegnato tutto quello che so, ma ho anche imparato. C’è stato scontro generazionale, certo, ma ho fatto cento passi indietro e mi si è aperto un mondo che non conoscevo, fatto di freschezza e idee nuove».

I figli, però, non sono gli unici ragazzi con cui lavora, perché come spiega «gli artigiani per crescere devono confrontarsi con tutti. Anche dagli studenti si impara. Da me vengono in stage quelli del Tarì e a loro spiego le tecniche e il traforato, perché se non ci apriamo ai giovani moriremo tutti. Se io non avessi avuto il mio maestro non sarei qui e lo ringrazierò sempre. La sfida dell’Italia è questa: trasmettere la passione ai ragazzi. Proprio per questo stiamo organizzando la mostra “L’oro si è fermato ad Eboli” nella quale saranno esposti gioielli antichi, lavori di artigiani e di giovani».

Ai ragazzi, però, cerca di comunicare anche l’amore per il proprio territorio. «È brutto – conclude – vedere che tanti vanno via dai loro paesi per andare a lavorare nei distretti. Io a chi viene a fare uno stage da me cerco di trasmettere l’importanza di restare nel proprio territorio e valorizzarlo e sono felice quando aprono le botteghe qui o tornano dopo aver studiato in altre città. Dico loro di scommettere su se stessi, sulle proprie capacità e darsi da fare nel luogo in cui sono nati. Sono percorsi difficili, ma un giorno potranno dire “ci sono riuscito”, Del resto, io sto ad Eboli, ma i miei lavori vanno nel mondo e soprattutto oggi, con i mezzi di comunicazione di cui disponiamo, un gioiello creato qui in Campania in poche ore è negli Stati Uniti. L’importante è avere identità e stile propri».


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