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Ricarichi: occhio alla giusta percentuale

Occhio alla correttezza dei ricarichi: pur in presenza di scritture contabili formalmente corrette, l’Amministrazione finanziaria può legittimamente rettificare i ricavi di un’azienda mediante accertamento analitico induttivo. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione, sezione tributaria, con sentenza n° 26167 del 6 dicembre 2011.

Nel caso di specie, l’Amministrazione Finanziaria aveva rilevato che i ricarichi applicati dall’azienda erano talmente bassi da comportare che per alcune annualità il volume d’affari era sensibilmente inferiore agli acquisti, e solo per alcuni periodi d’imposta era rilevabile un ricarico sui prezzi d’acquisto di poco superiore al 5%. Di fronte ad un comportamento così palesemente anti-economico l’azienda aveva fornito la sola spiegazione consistente nella necessità di praticare forti sconti per risanare una gestione in perdita.

L’Amministrazione Fiscale, non ritenendo sufficienti le giustificazioni del contribuente, ha applicato l’art. 39, comma 1 lettera d), del D.P.R. 600/1973 il quale consente l’accertamento induttivo del reddito se la contabilità, pur formalmente corretta, possa essere considerata complessivamente inattendibile per evidenti ragioni di antieconomicità della gestione aziendale.

La Cassazione ha confermato la correttezza di tale comportamento: “La circostanza, invero, che una impresa commerciale dichiari, ai fini dell’imposta sul reddito, per più anni di seguito rilevanti perdite, nonché una ampia divaricazione tra costi e ricavi, costituisce una condotta commerciale anomala, di per sé sufficiente a giustificare da parte dell’erario una rettifica della dichiarazione, ai sensi dell’art. 39 del d.p.r. n. 600 del 1973, cui corrisponde, in materia di Iva, l’art. 54 d.p.r. n. 633/1972, a meno che il contribuente non dimostri concretamente la effettiva sussistenza delle perdite dichiarate”.

Prosegue la Suprema Corte: la presenza di scritture contabili formalmente regolari non preclude all’amministrazione finanziaria di procedere, legittimamente, all’accertamento analitico induttivo dei ricavi (o del reddito d’impresa) dichiarati da un contribuente che, nel corso dell’esercizio controllato, abbia posto in essere un comportamento palesemente antieconomico. Da qui, il conseguente spostamento dell’onere della prova a carico di quest’ultimo, il quale, dal canto suo, deve validamente motivare quelle scelte imprenditoriali non in linea con i criteri di economicità”.

Quindi non basta che le scritture contabili siano formalmente corrette: in caso di forti perdite evidenziate dalle stesse e di comportamenti apparentemente non consoni ad una sana gestione economica ed alle leggi del mercato, ricade sul contribuente l’onere di dimostrare che comportamenti apparentemente antieconomici, come ricarichi troppo bassi o frequenti vendite sottocosto, i quali generano una differenza negativa tra costi di acquisto e prezzi di rivendita, non sono finalizzati all’occultamento di corrispettivi, ma a valide ragioni di ordine economico ed imprenditoriale. Questa sentenza interviene però anche sui criteri per rideterminare le percentuali di ricarico in sede di accertamento, enunciando un principio più garantista per il contribuente.

La Corte ha infatti accolto il ricorso del contribuente in merito ai criteri usati dall’Amministrazione per determinare i ricarichi: essa ha ritenuto che i parametri utilizzati dal Fisco non fossero oggettivamente fondati sulla concreta realtà dell’azienda e sul settore specifico in cui opera, e quindi ha rinviato la decisione ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale.

Con questa decisione, la Cassazione ha ribadito un importante principio giuridico: “in tema di rettifica della dichiarazione Iva, la scelta dell’amministrazione finanziaria in ordine al criterio di determinazione della percentuale di ricarico, astrattamente legittima, deve essere dal giudice del merito verificata in rapporto alle critiche svolte dal contribuente, alla luce dei canoni di coerenza logica e di congruità, tenuto conto della natura – omogenea o disomogenea – dei beni-merce e della rilevanza dei campioni selezionati, da ciò dipendendo altresì la scelta, purché adeguatamente motivata, tra i criteri di media aritmetica o ponderale”.

In altre parole, la rideterminazione dei ricavi aziendali non può fondarsi esclusivamente non su medie astratte di settore o da altri dati statistici e generalizzanti; i dati generali devono essere calati nella realtà concreta dell’azienda, del settore e del periodo economico in cui opera, e naturalmente poi vagliati alla luce del necessario ed imprescindibile contraddittorio con il contribuente.


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