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Resilient dynamism*

© alessandro di meo (ansa)

Il mondo economico a fine gennaio si è riunito alla conferenza di Davos per capire (o cercare di comprendere) quali nuovi scenari condurranno il futuro lavorativo post-crisi (pare -così dicono!- siamo in scia alla conclusione).

Nessuno ha la risposta: le società di servizi hanno esaurito il loro ciclo e la formazione non ha riscontro sul mercato, i laureati sono in calo. È la prima volta che accade (nelle ultime iscrizioni ci sono stati circa 60mila rinunciatari); per decenni, l’università ha rappresentato una soluzione per i giovani propositivi: “studio, così mi assicuro il futuro”. Non ora. Non più.

La parola chiave adottata al forum internazionale, è stata “Resilienza“: la capacità di resistere agli urti senza spezzarsi. Il nuovo termine (che come lo spread saremo costretti a sentire con una certa frequenza) è spesso usato anche oggi dai nostri politici nelle intenzioni di improbabili accordi in vista delle prossime, ennesime “sgarrupate” elezioni, che, a voler essere ottimisti, non annunciano il cambiamento sperato. Le prossime avrebbero dovuto essere le “elezioni della svolta”, ma basta pensare al numero di partiti e micropartiti che si sono presentati; i vecchi travestiti da nuovi e i nuovi che sono già vecchi, cagnolini e sportivi varii per comprendere che non faremo balzi in avanti.

È un sistema incacrenito il nostro, dove non fa più alcuna differenza la destra dalla sinistra, i verdi dai rossi. Un Sistema dove per l’ennesima volta e in maniera trasversale (e sottolineo trasversale), nessuno ha fatto niente per ridurre i numeri in parlamento e Nessuno, ma proprio nessuno, si è sforzato per cambiare il sistema elettorale. Evidentemente il Porcellum fa comodo a tutti e le “armate brancaleone” dei nostri giorni sono eloquenti.

A conti fatti, il nuovo termine introdotto, la Resilienza, è solo un modo come un altro per dirci che “tutto sommato, resistiamo bene agli urti”, che campa cavallo che l’erba cresce! Dopotutto nell’avvicendarsi degli eventi quotidiani (malcostume, ruberie, rimborsi improbabili, promesse innaverabili, battutacce di terz’ordine con annesse risate ed ovazioni…) neppure le dimissioni del papa ci hanno sconvolto più di tanto!

Dovremmo forse sperare in Sanremo?

M’sieurs-Dames, Mala tempora currunt…

 

*titolo del forum di Davos

 


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