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Redditometro: Il reddito presunto

Il redditometro non è una prova sufficiente per mettere sotto accusa il contribuente, attribuendogli redditi non dichiarati. Una nuova conferma arriva da una recentissima sentenza della Commissione Tributaria  Regionale della Lombardia (sentenza 209/63/2013), la quale ha ribadito che i risultati dell’applicazione del redditometro costituiscono presunzioni semplici, le quali devono necessariamente sostenute da altri elementi di prova se si vogliono contestare con un minimo di fondamento redditi non dichiarati al contribuente sotto accertamento.

Nel caso in questione, l’Agenzia delle Entrate aveva rideterminato il reddito di una contribuente ricavando il reddito presunto dal possesso dell’abitazione principale, di un’abitazione secondaria e di un’autovettura,  applicando i relativi coefficienti.

La contribuente ha replicato alle pretese dell’Agenzia evidenziando che la casa era in proprietà da oltre trent’anni, che le spese di mantenimento provenivano da disponibilità finanziarie documentate e canoni di locazione dichiarati, e che l’autovettura era stata acquistata dal compagno con una transazione della quale è stata prodotta la relativa documentazione (assegni, passaggio di proprietà, etc.).

Questi particolari sono importanti per comprendere come ribattere, dati alla mano, alle pretese del Fisco : poter ricostruire la propria situazione finanziaria, anche in un periodo relativamente lungo,  e la tracciabilità delle somme impiegate per acquisti di una certa rilevanza, può essere della massima importanza per confutare l’accusa di aver occultato una parte del proprio reddito.

Il redditometro è uno strumento di natura statistica, al pari di parametri e studi di settore : così argomenta la CTR Lombardia, riprendendo la recente giurisprudenza in merito della Cassazione (cfr. sent. 23554/2012 e Cass.Civ., a Sezioni Unite, sent. 26635/2009). Quindi, l’accertamento non può basarsi sul mero scostamento dai parametri di legge, “ ma deve essere integrato con la dimostrazione dell’applicabilità in concreto dello standard prescelto e con le ragioni per le quali sono state disattese le contestazioni sollevate dal contribuente”;  piuttosto, è “l’amministrazione a dovere dimostrare, anche sulla base degli elementi offerti nel contraddittorio antecedente all’emissione dell’avviso, l’applicabilità degli specifici parametri utilizzati all’attività in concreto svolta dal contribuente sulla base degli elementi sopra indicati o di altri elementi dalla stessa individuati…”.  (sentenza n. 2368/2013 della Cassazione Civile – Sezione Tributaria).  Quindi, conclude la CTR, richiamandosi alle predette sentenze della Cassazione, siccome il redditometro è uno strumento meramente presuntivo, “gli elementi di accertamento da esso derivanti devono essere corredati da ulteriori dati idonei a sostenerne le risultanze, così come stabilito in materia di parametri e studi di settore”

Nel caso in questione l’Agenzia delle Entrate non ha fornito alcun ulteriore dato per avvalorare le presunzioni semplici derivate dall’applicazione del redditometro, mentre la contribuente ha risposto in maniera esauriente, evidenziando prove e dati di fatto documentati.

Di fronte alla carenza di argomentazioni del Fisco, messa a confronto con la capacità di render conto dei propri movimenti finanziari dimostrata dalla contribuente, la CTR ha dato pienamente ragione a quest’ultima.

 


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