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Quella favola dell’export

Ogni tanto l’uomo dei numeri d’oro dà i numeri tout court e non ha torto: talvolta si ha l’impressione, infatti, che quanto emerge dalle sue beneamate statistiche venga interpretato con eccessiva libertà. E poi ci sono le favole, che per loro natura fanno a cazzotti con le percentuali. Per esempio, la favola dell’Italia che esporta il 75% della produzione orafa e l’anti-favola dei gioielli d’importazione, che oggi coprirebbero il 50% del mercato interno in termini di valore.
Ma lasciamo la parola all’uomo dei numeri, che a questo giro sbotta: “… fatti i calcoli sui dati Istat del commercio estero, metà del valore del consumo interno risulterebbe d’importazione. Di conseguenza, non avendo elementi per dubitare sulle rilevazioni dei dati Istat (e avendo verificato che il flusso delle temporanee importazioni e delle riesportazioni è quasi ininfluente) occorre procedere a una correzione, riducendo la quantità tramandata nei decenni dal racconto popolare e mai verificata sul campo a causa della nota riservatezza delle imprese. Forse un’ipotesi più realistica della quota di produzione esportata si potrebbe collocare intorno al 60-65%.”
Tanto per fare un po’ di disordine nella con-fusione: vero che molti hanno insistito sul 75% ma altri – e tra questi chi scrive, tanto per far tintinnare una medaglietta di vermeil – mi pare che abbiano sempre parlato di una quota di export vicina ai due terzi della produzione, cioè al 66%. Piuttosto, quel 50% di import… tutti zitti?


3 commenti

  1. paolo minieri says:

    Qualcosa da dire, eccome! In Italia scorre un fiume di manufatti d’oro importati e spesso solo assemblati e rifiniti nel nostro Bel Paese. Ma questa è una tendenza che non dovrebbe spaventare di per sè: le nostre Fiat Panda sono polacche e non sembra che il luogo di produzione tolga qualcosa all’efficacia del progetto complessivo del prodotto. Dispiace invece constatare che alcuni nostri brand del gioiello abbiano tout court inserito nelle loro collezioni prodotti spesso made in Thailand per semplice sovrapposizione, copia ed incolla. Se alle spalle hai un progetto estetico, una ricerca rigorosa del materiale prezioso, un design che scava nelle forme del quotidiano per elaborarle in gioielli attuali ebbene io non ci trova nulla di riprovevole nel delegare la produzione in parte a quei paesi che offrono competenze e minor costi. Nei miei viaggi di lavoro vedo che mezzo pianeta (dal lato occidentale) va in Oriente a realizzare il pezzo finito, o parte di esso. Hanno già un’idea di quello che serve, hanno i prototipi. Al contrario io qui in Italia noto in molti casi un appiattimento irrispettoso nei riguardi dell’acquirente, si importa cioè per nascondere i vuoti della nostra creatività, per fare presto. Guardiamo insomma all’aspetto qualitativo oltre che quantitativo dell’import di gioielli in Italia.


  2. Franco Marchesini says:

    Ho letto in ritardo il commento del Signor Paolo Minieri. Ma ho capito subito che il commento non risponde alla domanda “…quel 50% di import … Tutti zitti?”. La risposta data è per una domanda facile e diversa da quella posta da Roggini. Ma vi pare che Roggini perda tempo a fare domande facili senza sistemare, nei punti strategici, quintalate di pezzetti di buccia di banana?
    Le percentuali presentate da Roggini derivano da una frazione. Al numeratore trovano posto cifre certe (o presunte tali) rilevate dall’Istat. Al denominatore le cifre della produzione comunicate dagli operatori. Se il risultato appare (troppo) alto è perché il denominatore è (troppo) basso, visto che il numeratore è certo (o presunto tale).
    Dopo questo aiutino è facile capire perché il denominatore è basso. O no?
    Franco marchesini


  3. Gianni Roggini says:

    Sembra impossibile, ma quando si parla di numeri sorgono sempre problemi di interpretazione. Garantisco, però, che ho finito da un pezzo le bucce di banana. Se ne lascio in giro qualcuna è puro caso, è distrazione.


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