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Qualcuno lassù rassicuri Goethe: Napoli è ‘ancora’ un paradiso

Sono nata a Napoli che ancora si potevano mangiare le mele, le annurche, bianche e croccanti. Oggi non le compro più perché la nostra Campania Felix è stata avvelenata. Sono arrivati con i camion da ogni parte dello stivale e ci hanno scaricato furbizia, arroganza, presunzione, egoismo, annientando ineluttabilmente l’ordine naturale. Per ignorante avidità alcuni figuri hanno concesso tutto questo, altri gli hanno pure dato fuoco.

Quelle fiamme hanno fatto il giro del globo ma non tutti sanno che dietro quella cortina di fumo malvagio e spietato c’è la più antica università, nell’aria sospirano le canzoni più belle scritte da poeti veri, l’animo si specchia nelle verità raccontate da Eduardo e, perché no, da Antonio Petito – l’unica maschera che ha raggiunto i teatri di tutta Europa -, i pensieri di Giambattista Vico e di Benedetto Croce, l’eleganza scenica di Toni Servillo, la sofferenza del Cristo velato di Giuseppe Sanmartino, il sole caldo sopra Posillipo, gli straordinari coralli di Torre del Greco, la musica di Pino Daniele che ha fatto del dialetto una lingua internazionale, gli intarsi sorrentini, i mandolini di Calace, il tesoro di San Gennaro e lo spettacoloso miracolo che fa solo per noi, l’antica arte orafa, i quadri di Vincenzo Gemito, la ceramica di Capodimonte, le sete di San Leucio… E nostro è pure il sapore buono della pizza e la dolcezza della sfogliatella, che non sono uno stereotipo ma altre due eccellenze di un popolo che sa rinascere dalle proprie ceneri tutte le volte che viene messo alle strette, perché ai problemi di Napoli non sempre ci pensa San Gennaro.

Siamo indolenti per natura ma pieni di risorse e quando facciamo una cosa la facciamo bene veramente. Qui la cultura è stipata in ogni dove, tra l’angusto dedalo di vicoli e i panorami sconfinati, e la genialità non si cerca, è di casa. È nelle nostre teste, e tra le dita ci teniamo l’emozione per accarezzarla delicatamente ogni volta che ci scoppia il cuore, perché questo quadro è selvaggio e commovente da confondere i sensi.
E se l’ironia è un dono di Dio è a noi napoletani, lazzari e nobilissimi, che l’ha regalata.
Qualcuno lassù rassicuri Goethe: Napoli è ‘ancora’ un paradiso, checché se ne dica e se ne racconti.


5 commenti

  1. Francesco Rinaldi says:

    Condivido quasi tutto quello che hai scritto, ma fai male a non mangiare più le mele annurche, sono ancora le migliori e ti assicuro che le aziende agricole che le producono , dopo lo scandalo della Terra dei fuochi, si sono sobbarcate di ulteriore spese ( analisi residusli sui prodotti e ricerca di sostanze tossiche ) pur di garantire al consumatore finale un prodotto genuino.


  2. preziosa says:

    ti ringrazio del consiglio ma dietro il problema delle mele c’è quello dell’identità di un popolo che merita molto di più.


  3. Sonia says:

    Splendida forma, splendida sostanza, splendida passione. Lo dico da nordica, incoraggiando i Napoletani ad impegnarsi ancora di più per la tutela e la degna rinascita della loro terra, un tempo felix, che merita il rispetto di tutti.


  4. Patrizia Corcione says:

    Non posso che ritrovarmi al cento per cento nelle bellissime parole spese dall’autrice per raccontare la sua città.Ho letto un aticolo estremamente veritiero e pervaso dalla dolce,malinconica consapevolezza del napoletano che conosce i limiti,ma anche la ricchezza della propria cultura.


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