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Porta a porta


“Ma è tornata anche da voi la porta a porta?” -Mi ha chiesto al telefono- “Sì, ma non è ancora a regime. Per adesso ci hanno riempito di bidoncini, da perderci la testa: l’indifferenziata il martedì, l’organico il lunedì, il mer…” “No, intendevo la vendita porta a porta.” “Ah!” “Qui a Firenze stanno chiudendo molti negozi e per tirare avanti alcuni commercianti hanno cominciato ad andare in giro per le case.” “E tu compri?” “Dipende. Se conosci la persona… sai è tutto sulla fiducia. Sto facendo come nonna Anna, ricordi? Bussavano alla porta, lei metteva in chiaro che non le occorreva nulla e puntualmente acquistava qualcosa.” “Come con Palumbo, il vinaio, che quando travasava nelle bottiglie mancava sempre un litro, o Adelina, quella con gli occhi storti, che dal reggiseno tirava fuori catenine, spille, orecchini…”

Non volendo, i ricordi della nostra infanzia hanno tracciato il volto che sta caratterizzando l’Italia di oggi, un’Italia molto simile a quella di quegli anni passati, quando la gente si inventava un mestiere per tirare avanti, quando doveva mettere da parte l’orgoglio per andare in giro a vendere casa per casa.

È un fenomeno che sta dilagando e che non risparmia nessuna categoria, gioiellieri inclusi. La chiamano door to door e la spacciano come una nuova forma di commercio, ma è vecchia come il mondo. Il mercato è andato a mille ed ora ha tirato il freno con la conseguenza che i piccoli commercianti devono fare punto e a capo, altrimenti buonanotte ai suonatori. Ci vuole coraggio, faccia tosta, certo, ma a ben guardare un lato positivo pure ce l’ha. Al di là della precarietà (che non è affatto poca cosa) c’è comunque il piacere di una scelta lenta, ragionata e, cosa assolutamente da non sottovalutare, l’abbassamento dei prezzi dovuto all’assenza di spese vive di gestione di un punto vendita. E se due più due non fa tre, con i costi più accessibili l’acquisto di un prodotto effimero lo si affronta con più leggerezza, con meno sensi di colpa e, forse, più frequentemente.

Si dice che non tutti i mali vengono per nuocere, una saggezza popolare a volte dura da mandare giù, ma questa volta proviamo a fare di necessità virtù, senza avvilirci.


2 commenti

  1. Giuliano says:

    Estremizziamo il discorso: che ben venga un drastico ridimensionamento di questa catastrofica globalizzazione!Il ritorno alla bottega, a ciò che viene prodotto vicino casa (e venduto vicino casa) aiuterà senz’altro il commercio e tutti noi, mettendoci al riparo dalla precarietà determinata dalla eccessiva interconnessione di modi, di scambi, di economie.


  2. Maria Rosaria Petito says:

    Potrebbe rivelarsi un commercio più equo ma non necessariamente basato esclusivamente su prodotti nostrani, non ne vederi il motivo di questa chiusura


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