di


Pietre preziose: esiste una norma contro gli abusi?

Da molto tempo si attende in Italia una normativa che regoli il commercio delle pietre preziose e dia certezze tanto agli operatori che ai consumatori, ponendo un freno alle offerte ingannevoli effettuate da operatori poco seri che finiscono per creare confusione nel pubblico e danneggiare la reputazione dell’intero settore.

In Parlamento è da tempo in discussione una proposta di legge sulla quale le Organizzazioni di settore hanno lavorato intensamente, la quale potrebbe finalmente restituire certezze al settore. Ma è proprio vero che non esistono punti di riferimento normativi, e che gli operatori seri ed i consumatori sono indifesi rispetto alla concorrenza sleale o alle mistificazioni di chi propone pietre con denominazioni fantasiose o ne dichiara caratteristiche che non corrispondono alla realtà? Benchè sia assolutamente auspicabile l’approvazione di una Legge in materia, in realtà delle norme con valore giuridico esistono già, anche se non consistono in leggi o regolamenti statali.

Le Norme UNI e CIBJO

I principali riferimenti normativi sulla classificazione dei diamanti, delle pietre preziose e delle perle, comprendenti anche indicazioni vincolanti sulla terminologia da adottare nelle transazioni commerciali, sono costituiti dalle norme UNI e dai Blue Books pubblicati dalla Confederation Internationale de le Bijouterie, Joaillerie, Orfevrerie, des diamants, perles et pierres (CIBJO). I Blue Books sono redatti dalle commissioni tecniche appositamente costituite dalla CIBJO e comprendono: The Gemstone Book (Pietre Preziose, fini ed ornamentali), The Pearl Book, The Diamond Book, The Precious Metals Book, The Gemmological Laboratory Book. Tutte queste norme sono state aggiornate per l’ultima volta nel 2010, e sono scaricabili gratuitamente dal sito www.cibjo.org.

Le Norme UNI di riferimento sono: la norma UNI 9758:2003 sul diamante e la Uni 10245:2003 sulla nomenclatura dei materiali gemmologici.
Le norme UNI sono realizzate dall’UNI-Ente Nazionale Italiano di Unificazione, un’associazione privata senza scopo di lucro, riconosciuta dallo Stato e dall’Unione Europea, che elabora e pubblica le norme tecniche volontarie – le cosiddette “norme UNI” – in tutti i settori industriali, commerciali e del terziario (tranne in quelli elettrico ed elettrotecnico). Il testo delle norme UNI può essere acquistato richiedendolo direttamente allo stesso Ente, tramite il sito www.uni.com.

Le norme UNI e CIBJO, che coincidono largamente tra di loro, definiscono un insieme di regole e definizioni ampiamente accettate tanto nella comunità degli studiosi quanto in quella degli operatori economici. Ma qual è il loro status giuridico? Possono avere un valore vincolante nei rapporti commerciali?

Gli Usi delle Camere di Commercio

In Italia, queste norme sono state spesso inglobate nelle raccolte degli Usi delle Camere di Commercio, assumendo valore di fonte normativa secondaria del Diritto, vale a dire operante laddove manca una norma di legge o un regolamento specifico sulla materia. Gli Usi sono infatti indicati dal Codice Civile tra le fonti del Diritto, e quindi ad essi si può fare appello in caso di controversie su materie non diversamente regolate da leggi e regolamenti. Essi possono essere applicati ai rapporti contrattuali ed agli scambi tra operatori professionali, ma riguardano anche le transazioni con i consumatori finali, aspetto di grande importanza alla luce di quanto disposto in materia di “pratiche commerciali ingannevoli” dal Codice del Consumo.

Il Codice del Consumo

Il Codice del Consumo (D. Lgs 206/2005) vieta le “pratiche commerciali ingannevoli” (Art. 21): “È considerata ingannevole una pratica commerciale che contiene informazioni non rispondenti al vero o, seppure di fatto corretta, in qualsiasi modo, anche nella sua presentazione complessiva, induce o e’ idonea ad indurre in errore il consumatore medio riguardo ad uno o più dei seguenti elementi e, in ogni caso, lo induce o e’ idonea a indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso:
a) (…) la natura del prodotto;
b) le caratteristiche principali del prodotto, quali (…)
la descrizione, l’origine geografica o commerciale (…).
Da questa citazione parziale dell’art. 21 del Codice del Consumo risulta che può essere sanzionato il commerciante il quale dichiari che una pietra preziosa ha determinate caratteristiche qualitative (ad esempio, un diamante di colore F e privo di inclusioni) o geografiche (smeraldo di Colombia) senza che ciò risponda al vero. In questo caso, il consumatore potrà rivalersi sul commerciante richiedendo la restituzione del corrispettivo e gli eventuali danni. Ricordiamo che le disposizioni del Codice del Consumo si applicano solo ai rapporti tra operatori professionali e consumatori finali, e non ai contratti tra gli operatori stessi.
Il dettagliante potrà comunque rivalersi sul grossista che gli ha fornito le pietre se a sua volta le pietre gli sono state presentate come aventi caratteristiche non rispondenti a quelle reali.

Le principali regole UNI e CIBJO

È impossibile riassumere in poco spazio il contenuto di queste norme, per cui ci limiteremo ad alcuni cenni essenziali.Per quanto riguarda il diamante, esse vietano ogni espressione che possa essere fonte di equivoco in merito all’origine interamente naturale della pietra : è’ consentito usare il termine “diamante” senza ulteriori aggiunte solo se si tratta di una pietra di origine naturale.

È proibito l’uso della parola “diamante” per descrivere prodotti in parte o interamente cristallizzati o ricristallizzati con intervento umano. I prodotti di questo tipo possono essere chiamati “diamanti sintetici” solo quando le loro proprietà strutturali, fisiche e chimiche nella loro massa totale, corrispondono a quelle del diamante. In questi casi la parola diamante deve essere seguita dal termine “sintetico” o “artificiale”. I diamanti che hanno subito trattamenti di vario tipo volti a migliorarne l’aspetto devono essere dichiarati come “diamanti trattati”, specificando il tipo di trattamento ricevuto. Per quanto riguarda peso, colore, purezza e taglio, le norme, sia pur con leggere sfumature, fanno riferimento alle scale ed ai parametri internazionalmente riconosciuti, come la scala GIA del colore.

È vietato l’uso di qualsiasi espressione ambigua che possa trarre in inganno gli acquirenti, siano essi commercianti o consumatori finali. Ad esempio, termini come “puro”, “puro all’occhio”, “commercialmente puro” o altre espressioni o definizioni di diverso significato non devono essere usate in quanto ambigue e prive di un significato preciso. Solo il termine “puro alla lente” ha un significato specifico relativamente alla scala della purezza.

Per quanto concerne in generale il commercio di pietre preziose, le norme CIBJO, tra le cui finalità vi è quella di dettare regole uniformi per le transazioni commerciali, annettono grandissima importanza al fatto che le pietre preziose siano definite, nell’ambito degli scambi, con la massima trasparenza e precisione, indicando analiticamente anche gli eventuali trattamenti a cui le pietre sono state sottoposte, specie in caso di interventi particolarmente invasivi e tali da modificare sensibilmente lo stato naturale della pietra, quali ad es. trattamenti termici, irradiazioni, otturazioni delle cavità, assemblaggi (le cosiddette “doppiette”), impregnazioni, tinture o colorazioni. Da notare che le pietre di qualsiasi tipo ricostituite a partire da materiale in forma di polvere vanno considerate, secondo le norme CIBJO, come pietre artificiali.


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *