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Pietre e conflitti territoriali

Il gioiello vincente del prossimo futuro dovrà essere esente da conflitti sanguinosi. Lo vogliono le nostre coscienze e lo esige il marketing. Basteranno le dichiarazioni di intenti, piccole e casarecce trasposizioni a svariate altre gemme del complesso sistema certificatorio dei diamanti grezzi?

Sigillate in un blister, soavemente esiliate in scintillanti vetrine, la pietre preziose – come tutti i gioielli – sembrano esistere al di fuori del tempo in un atmosfera asettica, liberata da smussature e contrasti, algidamente fuori dalle transeunti vicende storiche. “Esisterò in eterno – sembra che ci dica un principesco collier -, mentre voi passerete”. Prendiamo a confronto una grande voce dell’industria del sottosuolo, il petrolio. Cosa percepiamo quando ci riferiamo all’oro nero? Un insieme di sensazioni angustiate, impaurite, ma comunque innestate ansiosamente nella realtà dei nostri giorni (dalla crisi energetica fino alle guerre nel deserto). Diciamolo: è vero anche che, in termini assoluti, l’incidenza delle gemme nella formazione della ricchezza delle varie economie è assai minore di beni di largo cosumo, delle matrie prime energetiche, della tecnologia avanzata. Ma mai come negli ultimi tempi le gemme sono lo specchio più fedele dei cambiamenti degli scenari politici e sociali della nostra epoca. Cosa ha rappresentato nell’ultimo decennio il Kimberley Process, l’accordo internazionale per il controllo dell’origine del grezzo dei diamanti al fine di limitare i conflitti regionali, se non la prima concreta presa di coscienza da parte del mondo dei privilegiati dell’esistenza di una miccia nascosta nella giungla africana che minaccia di far esplodere nuovi fronti di tensione internazionale?

Le gemme, in valore assoluto, saranno senza dubbio meno rappresentative delle risorse estrattive energetiche ma non hanno certo minore importanza strategica. La guerra civile in Angola (crisi da cui ha preso le mosse l’intero schema certificatorio di Kimberley) ha con chiarezza mostrato che al potere centrale del MPLA, consolidato sulle risorse petrolifere, ha fatto da contrappeso un’intera economia costruita dai contendenti dell’UNITA sul contrabbando internazionale dei diamanti. Le risorse in Africa possono configurare l’assetto di intere regioni, saldare gli interessi delle etnie, organizzare comunità. Il caso angolano è un caso eclatante poiché i diamanti lì hanno costruito il finanziamento di uno stato nello stato.

Non è significativa la recentissima notizia che i massimi livelli diplomatici statunitensi (Brad Brooks Rubin, consigliere di Hillary Clinton) abbiano energicamente messo sotto tiro la politica diamantifera dello Zimbabwe di Mugabe? Lo scopo è di minare la ricca linfa generata dalle entrate finanziarie delle pietre commercializzate aggirando lo schema di Kimberley e contrastare le mire destabilizzanti del dittatore. Si badi: una superpotenza abituata a controllare gli equilibri geopolitici planetari, sempre capace di influenzare le élites locali, i settori militari, abile nell’utilizzo delle leve finanziarie, oggi ripensa il suo ruolo e decide di rivitalizzare quel fragilissimo accordo, debole dal punto di vista del diritto internazionale, che con moltissima fatica ha in una certa misura arginato la deriva del contrabbando e del relativo finanziamento dei conflitti nell’Africa australe e subsahariana. Un insperato successo per la diplomazia delle pietre preziose.

Intorno allo sfruttamento delle gemme insomma si coagulano interessi molteplici. La storia dell’insediamento nell’area andina colombiana di Muzo mostra con evidenza che la disponibiltà dei migliori smaeraldi ha non solo causato guerre spietate tra “colonnelli”, nuovi signori quasi feudali, ma anche costruito insiemi territoriali virtualmente autonomi, svincolati dal potere centrale, basati sull’enorme capacità di far cassa con le ambitissime gemme. In molti casi si assiste alla sospensione dei diritti civili e a lesioni della dignità stessa delle comunità coinvolte. Gli esempi si possono moltiplicare: e non è questa la sede.

Qualche studioso ha concluso che siamo in presenza di “gemmocrazie”, fenomeni molto complessi su cui si dovrà tornare. Alcune semplici e velocissime conclusioni. State tutti sicuri che si farà un gran parlare – ed è giusto – di etica della responsabilità, processi di certificazione delle provenienze, presa di coscienza dei consumatori. Ma siamo sicuri di conoscere in profondità le dinamiche dei territori e delle comunità coinvolte? Economisti e geografi spesso si arenano di fronte alle difficoltà tecniche dello studio di prodotti tanto minuscoli quanto spesso difficili da conteggiare. I gemmologi e tutti gli attori del mondo orafo saranno chiamati a considerare che l’ambiente di reperimento, oltre che rispondere a leggi geologiche, è il frutto degli interessi, delle ambizioni e della storia vissuta dalle popolazioni che vi sono insediate. Si aprirà inevitabilmente una vertenza su quanto del valore aggiunto ricada effettivamente sul destino delle comunità chiamate in causa.


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