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Pescatori di corallo in agitazione: “La Regione Sardegna non ci garantisce sicurezza”

Parla Massimo Scarpati, tra i fondatori dell’Associazione italiana sommozzatori corallari, che denuncia a Preziosa magazine lo stallo in cui si trova il settore

“Vogliamo tornare a pescare il corallo in piena sicurezza e nel totale rispetto dell’ecosistema”. Così comincia la chiacchierata con Massimo Scarpati, fondatore, insieme a Massimo Ciliberto e altri dieci pescatori professionisti, dell’Associazione italiana sommozzatori corollari (Aisc), nata due anni fa a tutela della categoria. Operano per lo più in Sardegna, nelle zone in cui la pesca è permessa – soprattutto la zona di Alghero, Bosa, una parte di Santa Teresa di Galluraper portare a galla le quantità e le tipologie di corallo consentite. In realtà, oggi i sommozzatori corollari operano davvero poco: la pesca del Corallium rubrum è ferma.

I pescatori professionisti, infatti, lamentano  una carenza di sicurezza e propongono alla Regione Sardegna, che per quest’anno non ha ancora emanato il decreto di autorizzazione, di utilizzare come ausilio i ROV, robot sottomarini utilizzati attualmente per la fase esplorativa ma utili anche per un prelievo selettivo. Ma a spiegare meglio a Preziosa magazine la questione che blocca l’indotto sardo del corallo è proprio Scarpati (foto a sinistra), corallaro professionista e campione del mondo di pesca subacquea.

Cosa sta accadendo alla pesca del corallo in Sardegna?
“L’attività è bloccata e anche negli ultimi anni è stata estremamente  ridotta, tra questioni politiche e problemi di sicurezza. Lo scorso anno, per esempio, non abbiamo ritirato le autorizzazioni concesse dalla Regione perché riteniamo che le attuali condizioni di lavoro non assicurino la giusta sicurezza”.

Sempre secondo Massimo Scarpati, quello del sommozzatore è un lavoro delicatissimo e rischioso. “Ogni anno, durante la stagione della pesca che va da maggio a ottobre, tra la Sardegna e la Corsica muoiono in media 2-3 professionisti”, spiega.

Quale potrebbe essere la soluzione?
“Abbiamo proposto l’utilizzo dei robot, i cosiddetti Rov, anche per la fase del prelievo. Le attrezzature a lungo utilizzate non sono più idonee. Con le nuove tecniche avremmo un doppio vantaggio: maggiore sicurezza per gli operatori ma anche maggiore rispetto dell’ecosistema. Questo perché, se a 120 metri di profondità ci arriva un sommozzatore, il tempo di permanenza è breve, intorno ai 15-16 minuti, e la selezione non sarà accuratissima. Con i Rov ci potremmo permettere un prelievo più selettivo, oltre che rispettoso delle leggi”.

Ci sono controlli durante le operazioni di pesca?
“Sì, certo, e noi siamo assolutamente favorevoli. Siamo tra le poche categorie lavorative a essere controllate durante il proprio operato, ma siamo d’accordo, perché è nell’interesse di tutti. Siamo anche disponibili ad avere a bordo un biologo: la nostra disponibilità verso la Regione è da sempre molto ampia, ma soffriamo una grande incomunicabilità”.

Qual è il rischio di questo stallo?
“È duplice. Perché da un lato ci sono molte famiglie che non hanno più risorse: i sommozzatori autorizzati sono circa una ventina, ma intorno a loro lavorano fino a 200 persone. L’indotto è enorme: se poi a questo si aggiunge il comparto del commercio e si pensa che solo ad Alghero ci sono 150 negozi che vendono gioielli in corallo, si possono fare due conti e capire il danno economico. Ma non è l’unico: perché l’assenza di una pesca autorizzata e controllata fa emergere la pesca di frodo. Che non aggrava solo il fattore economico, ma anche quello ambientale, visto che in questo caso spesso si utilizzano strumenti vietati dagli anni Settanta”.

Quali sono i rapporti con il comparto della lavorazione?
“Siamo in contatto da sempre con l’Assocoral, l’associazione di Torre del Greco, che con la sua forza e autorevolezza ci sostiene. Noi siamo in pochi e all’inizio abbiamo lavorato molto per accreditarci, ma poi siamo riusciti a far sentire la nostra voce. Abbiamo organizzato convegni, siamo andati a esporre le nostre ragioni a Bruxelles, siamo stati presenti all’ultima riunione del GFCM, l’organismo Fao per la pesca nel Mediterraneo. Cerchiamo di essere presenti in tutti i contesti in cui si parla di corallo e di sicurezza sul lavoro”.

Qual è l’obiettivo dell’Associazione?
“Rendere la pesca più sicura e rispettare le leggi e l’ambiente. Ora che la tecnologia può aiutarci in questa direzione, perché non utilizzarla? È una battaglia di civiltà e non ci fermeremo. E prima o poi la spunteremo”.


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