di


“Per uscire dalla crisi bisogna conoscere i consumatori”

I dati del Monitor dei distretti produttivi di Banca Intesa San Paolo pubblicati ieri da Preziosa, indicano un +30,4% per il comparto orafo argentiero di Arezzo che quindi balza in positivo; un +22,2 per Vicenza e un +47,4% per Valenza (comparti che ancora però devono recuperare il gap dell’ultimo biennio).

Nel caso di Arezzo, si fa espresso riferimento al prezzo dell’oro (+32% nel 2010, seguito al +17% del 2009), ma anche alle quantità vendute (+23,2%).
Come vanno interpretati questi dati? La ripresa è alle porte? Preziosa magazine lo ha chiesto a Franco Marchesini, esperto di statistica.

Qual è lo stato di salute dell’industria italiana della gioielleria?
“Il peggio della crisi è passato, ma il rilancio – quello vero – non è ancora alle viste. Anche in tempi recenti alcune imprese gioielliere italiane si sono mostrate efficienti e dinamiche nell’affrontare i mercati: della produzione e della distribuzione. Ma nel complesso, il settore – in termini reali, al netto delle distorsioni interpretative provocate dalla bolla delle materie prime – non è ancora entrato nella fase di ripresa. Tant’è che il volume della produzione del 2010 era poco più della metà di quello realizzato nel 2000: anno record. Un record che non si potrà uguagliare nel medio termine”.

Qual è l’incidenza del costo delle materie prime?
“L’incidenza del costo delle materie prime sul prezzo di vendita dei gioielli varia naturalmente al variare del valore aggiunto. L’incidenza è sopra la media per le produzioni di grandi serie meccanizzate (catene, bracciali e altro ancora); è più contenuta per i lavori di pregio artistico, quindi in proporzione all’intensità di lavoro artigianale e all’impiego di componenti preziosi”.

E quella dei dazi doganali?
“I dazi doganali nei paesi extra europei sono diversi. E anche i criteri di calcolo sono diversi. Prevalentemente i dazi sono calcolati sui valori dei gioielli, che includono anche quelli delle materie prime. E quindi il peso del dazio sul singolo gioiello aumenta – in valore assoluto – con l’aumentare dei prezzi delle materie prime impiegate”.

Può darci qualche indicazione di contesto e dei possibili sviluppi?
“Su scala mondiale la globalizzazione dei mercati ha condizionato, com’è noto, la congiuntura (e in taluni casi anche la struttura) nelle varie aree geo politiche. Si sono così formati due raggruppamenti di paesi. Da una parte – sia pure con qualche eccezione – i paesi occidentali industriali che stentano a recuperare il terreno perduto nel corso del biennio più duro della crisi economica mondiale. Dall’altra le economie emergenti in forte ripresa e che si presentano quindi come i più dinamici acquirenti di gioielleria, sia pure con volumi complessivi di acquisti ancora limitati. La nuova geografia dei mercati rappresenta una sfida per l’industria orafa italiana. Un’industria che, per mantenere il proprio ruolo di eccellenza, deve intensificare strategie di accesso su nuovi mercati, cercando di interpretare le esigenze specifiche dei diversi mercati e di sviluppare forme di cooperazione e partnership con le imprese distributrici locali. Da anni gli orafi italiani sono sollecitati a considerare, con sempre maggiore interesse, i nuovi sbocchi, ridimensionando le aspettative in ambito europeo e soprattutto nazionale. Sul mercato interno pesa il ben noto rallentamento dei consumi che ha comportato, tra l’altro, il calo della redditività delle imprese; e soprattutto una riduzione costante del numero dei produttori. Per le aziende orafe che riescono a mantenersi attive e competitive sul mercato, l’eccellenza del made in Italy assume un ruolo sempre più importante perché consente l’efficienza produttiva e la qualità delle produzioni”.

In quest’ottica quanto è importante la commercializzazione?
“In questa ottica di riqualificazione del prodotto orafo, è indubbio come la commercializzazione abbia assunto un ruolo cruciale. Nelle aziende orafe di successo sui mercati internazionali è invalsa la regola determinante che le imprese devono, il più possibile, puntare sulla conoscenza dei consumatori (variabilità dei gusti, del reddito disponibile, della propensione all’acquisto). In tal modo le imprese riusciranno piazzare con più facilità la propria produzione; a farsi riconoscere con un brand; nonché spuntare anche prezzi più elevati. Di qui canali distributivi e forza vendita propri, o – in un’ottica di distribuzione indiretta – alleanze con intermediari, dove la fiducia reciproca è l’elemento fondante su cui poggia l’intera intesa”.


3 commenti

  1. Albino says:

    Per conoscere la realtà del nostro settore, basterebbe far sapere a tutti noi (che siamo in trincea), quante aziende produttrici sono rimaste nei tre distretti nazionali.
    Credo che negli ultimi anni ci sia stata una vera moria.
    L’analisi fatta dal Signor Marchesini, dal mio punto di vista è più veritiera, quella di Banca Intesa ,che haun segno più,è dovuto solo al prezzo della materia prima.
    Cordialmente
    Albino.


  2. PAOLO says:

    E’ vero, l’analisi del Signor Marchesini è puntuale e molto attenta.
    E’ anche vero che come operatore noto da anni una mancanza di attenzione dei produttori verso i veri desideri dei consumatori. Quasi fossero ancora convinti che basta proporre una linea nuova di gioielli per venderla senza problemi.
    Inoltre credo che sia molto importante proporre gioielli con un buon rapporto tra qualità, design e valore percepito.
    saluti e complimenti per la vostra costante e tempestiva presenza.
    Paolo


  3. […] Lo ha spiegato bene a Preziosa magazine Franco Marchesini, esperto di statistica, in un’intervista in cui analizzava i dati del comparto diffusi dal Monitor di Banca […]


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *