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Oro in ribasso, Cesarano (MPS): “È indice di maggior fiducia nel sistema economico/finanziario”

Prezzo del metallo sceso dall’inizio dell’anno del 20%: a metà aprile record negativo a 1360,60 dollari l’oncia, oggi in lieve rialzo

Per lungo tempo è stato bene rifugio per eccellenza, ha raggiunto picchi elevati e oggi è protagonista di una corsa verso il basso che ha lasciato i meno esperti piuttosto sorpresi. L’oro è sceso dall’inizio dell’anno del 20 per cento, raggiungendo il record negativo poco più di una settimana fa attestandosi sui 1360,60 dollari a oncia, l’abbassamento più forte che abbia subito in un solo giorno negli ultimi trent’anni.

Il prezzo del metallo è piuttosto lontano, dunque, dalle previsioni fatte a ottobre, che paventavano per il 2013 un record storico di 2mila dollari l’oncia. Una dèbacle che porta con sé conseguenze significative nel settore degli investimenti ma anche in quello della produzione relativa a oggetti preziosi. Oggi l’oro si attesta intorno ai 1425,58 dollari: per capirne di più, Preziosa magazine ha chiesto ad Antonio Cesarano, responsabile ufficio Market Strategy MPS Capital Services, di spiegare le cause di queste inattese oscillazioni e fornire qualche previsione per il prossimo futuro.

Dott. Cesarano, ci riassume cosa è accaduto al prezzo dell’oro in questi ultimi mesi?

“Il calo dell’oro è avvenuto dopo diversi mesi il cui era emersa una bassa reattività a fattori tipicamente invece positivi per il metallo giallo. Il riferimento è ad esempio alle problematiche fiscali di fine anno Usa (il tema del fiscal cliff), la crisi di Cipro e più recentemente il nuovo piano di forte immissione di liquidità da parte della banca centrale giapponese. Successivamente, la rottura del livello tecnico di 1500 ha accentuato in modo violento il movimento ribassista che, a giudicare dai volumi sul Comex comparati con le variazioni degli ammontari fisici detenuti dagli Etf mondiali, ha interessato soprattutto la componente derivata piuttosto che il fisico”.

Sono individuabili anche altre cause?

“Sì: contestualmente, infatti, l’oro ha subito la ‘concorrenza’ di altri asset (ad esempio il mercato azionario Usa, nipponico oltre ai comparti obbligazionari governativi di diversi paesi), stimolando gli investitori a preferire questi ultimi all’oro. Il calo ha portato l’oro molto vicino al livello che secondo diverse metriche è pari al costo medio di estrazione identificato introno ai 1200 dollari/oncia con però un’ampia dispersione del costo delle aziende produttrici”.

Che significato ha questa oscillazione?

“Il calo è stato interpretato generalmente come un indice di maggior fiducia nel sistema economico/finanziario nel suo complesso, malgrado l’incremento della liquidità su scala globale. Le prime reazioni dopo il ridimensionamento del prezzo hanno però fatto emergere una forte domanda di fisico soprattutto da Cina ed India, a giudicare dall’incremento del premio pagato sul mercato spot dai consumatori di questi paesi rispetto ad altre piazze”.

Comparando il dato attuale con il passato, come può essere letto questo ribasso?

“Da un punto di vista storico, l’oro dal 2000 ad oggi ha evidenziato fasi di storno comprese tra il 20 ed il 30 per cento mediamente ogni 4 anni, sebbene distribuite su archi temporali molto più lunghi dei soli 2/3 giorni di aprile 2013. Questi cali in passato sono stati il preludio di un cambio di pendenza del trend primario crescente. Se l’interpretazione fosse ancora valida, il recente calo potrebbe essere letto come il ritorno del trend di apprezzamento su un sentiero crescente più graduale nel tempo e quindi più sostenibile rispetto a quello del quadriennio 2009-2012. Nel breve termine tuttavia potrebbero ancora manifestarsi oscillazioni di prezzo in vista del possibile incremento delle vendite a termine di alcune aziende minerarie“.

Cosa ci si può aspettare, allora, per il prossimo futuro?

“Il consensus di Bloomberg News al momento ipotizza il ritorno in area 1650 dollari/oncia entro fine anno/2014. La permanenza dei fattori strutturali di lungo termine a favore del trend di apprezzamento (tra cui l’incremento della liquidità nel sistema, bassi livelli dei tassi di mercato, tassi reali negativi) lasciano propendere per la continuazione del trend primario rialzista con prossimità che i prezzi possano posizionarsi nei prossimi 2/3 anni su livelli superiori a quelli attualmente di consenso”.


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