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‘O meglio è San Gennaro. Ma il Tesoro è del popolo

‘O meglio è San Gennaro!“, gridava ai seguaci irlandesi di Saint Patrick a New York Enzo Cannavale in un memorabile B movie anni 70 con Mario Merola. Era un’improbabile disputa per un surreale primato cattolico. Sabato scorso però sono tornato al Duomo.

Ho negli occhi ancora il palazzo Topkapi di Istanbul e posso dichiararlo: la ricchezza del tesoro del patrono partenopeo eccede in preziosità quello pur mirabile dei potentissimi sultani ottomani.

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Di opulenza d’altre corone o d’altri santi tanto non so. Ma dubito che a quei tempi i sontuosi smeraldi settecenteschi della mitra che la Delegazione, grazie ai Borboni, riuscì ad aggiudicarsi dalla Colombia potessero trovare facili raffronti sul pianeta. E c’è altro. La lavorazione degli argenti del Tesoro napoletano è testimonianza di un valore scultoreo nemmeno avvicinato altrove.

Una visita al Tesoro del patrono è a tutti gli effetti un tour guidato delle meraviglie orafe napoletane. Una miscela esplosiva che combina la raffinatezza dispiegata sin dalle ambizioni angioine (un quartiere intero nel quale si inoculava gioielleria della Francia nelle vene di un popolo fantasioso) alla magnificenza della committenza sacra.

Il tutto in un’area di uno o due chilometri, un’isola che racchiude tra i Tribunali e gli Orefici una densità incredibile di insediamenti ecclesiastici e di botteghe. E in questo spazio ricco di meraviglie oggi la vita pulsa intermittente. Qui saracinesche abbassate, lì sto rivedendo tantissimi turisti di tutte le nazionalità.

Anche la stampa internazionale rende un tributo alla capacità di rigenerarsi di Napoli, città che il Daily Telegraph ritiene (a ragione) la più sottostimata d’Italia. Un luogo che all’autorevole quotidiano inglese pare non sfoggiare il make up cartolinesco del turismo Ryan Air usa e getta, ma piuttosto un’autenticità ed una vitalità inaspettate.

Doti rilevabili proprio nelle radici popolari della Civitas napoletana: il Tesoro è del popolo e non del Re ed il ministro Alfano dovrebbe saperlo prima di requisire le chiavi e spezzare la catena di un accordo millenario tra il patrono, la Delegazione e la gente. Ecco perché Napoli, – vincerà o no lo scudetto del calcio – quest’anno si è ricordata che il Tesoro di San Gennaro è il segno del suo inarrestabile dinamismo. E appartiene alla Città, non alla chiesa, non ai politici, non ai mediocri, non ai disinformati.


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