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Noblesse oblige?

Il mondo delle principesse l’ho immaginato attraverso i cartoni animati e i libri di fiabe che mi hanno fatto compagnia da piccola. In quelle pagine tutto era doverosamente magico, e le alabarde delle guardie arcigne tenevano la normalità a debita distanza da torri merlate, sale da ballo e giardini dove gli animali parlavano, le streghe preparavano pozioni -probabilmente meno tossiche delle bevande che consumiamo oggi- ed i rospi più fortunati baciavano le più belle del reame. Non esistevano ancora casseforti ma scrigni e forzieri custoditi da gnomi piccoli e dispettosi.

Quei libri li ho ancora, sulle mensole di fianco ai volumi di Ida Magli, di Susan Sontag, di Maria Bellonci e tanti altri perché è lì che meritano di stare, perché è anche grazie a loro che ho scoperto l’importanza della fantasia, della creatività. Non li ho più letti ma mi sono ripromessa di farlo un giorno o l’altro.

L’ultima favola di cui ho notizia in ordine temporale è quella di Kate, una ragazza borghese che come da manuale ha incontrato il suo principe azzurro, e gli ingredienti ci sono tutti. Peccato per…. No, non posso dirlo… Ma sì, lo dico…Vabbè, conto fino a tre e…Ma perché no, io voglio dirlo! Peccato per…per quell’anello. Ecco, l’ho detto e adesso mi pioveranno addosso cascate di critiche. Sì, lo so che è altissima gioielleria, so anche che le pietre sono purissime e che è un classico, di quelli che non tramontano mai.  Ma so anche che non è unico. Nel senso che è un modello che ho visto tante e tante volte nelle vetrine delle gioiellerie, e persino al dito di mia zia Nanà che già negli anni ’90 decise di dargli una sferzata di vitalità disegnando di suo pugno una nuova montatura, perché quello zaffiro circondato da un rosario di brillanti diceva “Il n’y a pas de magie”, e forse tutti i torti non li aveva. Beninteso, il suo era più piccolo e come i tanti altri avrà avuto un lunghissimo elenco di particolari che lo diferrenziava da quello che William ha regalato alla sua metà. Ma se non mi soffermo sui dettagli li vedo tutti uguali. Insomma, se posso saperlo alla mano di un’altra donna, e nemmeno lontanamente in odore di nobiltà (francese sì ma non aristocratica), allora vuol dire che questo gioiello non ha niente a che fare con le favole.

Sì, costa una cifra da capogiro, un valore che non saprei neppure stimare, e  se a quello materico aggiungiamo anche il fatto che è appartenuto a Lady D (quindi la scelta è stata di Carlo!) è innegabile che sia  un oggetto per poche elette e che  in tutto il mondo spopolino imitazioni più o meno preziose.

Sarà, ma nei miei libri anche  i gioielli erano da favola. 

 


2 commenti

  1. Gilda Guglielmi says:

    Cara signora Petito, mentre lei si cimentava nella realizzazione di un nuovo articolo sempre di piacevole lettura ed attuale, noi comuni mortali mangiavamo uova di cioccolata cercando forse di ritrovare in quel mondo di zucchero la dolcezza che manca nel quotidiano…

    Ebbene fa più piacere che altro scoprire che non c’è classe che tenga, siamo tutti uguali!

    Peccare di banalità è meritevole di rimprovero… e allora ben venga che resti a noi normali il primato dell’originalità!


  2. Maria Rosaria Petito says:

    Ciao Gilda, è vero, a volte le idee migliori le hanno quelli meno papabili. Sarebbe carino lanciare una sorta di concorso del tipo: un gioiello da principessa. Si accettano idee.


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