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Messo a nudo il Tesoro di San Gennaro

19 settembre 305 d.C., Pozzuoli. Un boia mozza a tondo il capo di Gennaro, il Vescovo di Benevento.

Il caveau della sede centrale del Banco di Napoli -in Via Toledo a Napoli- si è trasformato, seppur  temporaneamente, in un laboratorio gemmologico corredato di ogni strumentazione utile. Un cambio di destinazione necessario per consentire ad un Comitato Scientifico, presieduto dal Professor Ciro Paolillo dell’Università La Sapienza di Roma, di effettuare, in massima sicurezza, una complessa ricerca scientifica su pietre preziose assolutamente uniche: quelle facenti parte del tesoro di San Gennaro. L’iniziativa è finalizzata allo studio e alla valorizzazione dell’omonimo museo in quanto patrimonio inestimabile accumulatosi nei tempi grazie a lasciti e donazioni di regnanti, papi e blasonati, ai quali vanno ad aggiungersi i più umili laccettini – sottili come spago -, ed ex voto che la gente del popolo ha donato e continua a donare al suo Patrono per manifestargli una fede viscerale ed incondizionata. A volte confidenzialmente irriverente.

Una donna, mossa da pietà, ne raccoglie il sangue in due ampolle e sparisce tra la folla attonita. Passa un secolo prima che il sangue del martire faccia parlare nuovamente di sé. È il momento della traslazione, le reliquie giungono a Napoli e d’improvviso quel grumo nerastro si liquefa.

Dieci i pezzi prescelti, i più significativi  tra i numerosissimi capolavori: la croce d’altare del XVIII secolo decorata in corallo; la mitra vescovile dell’orafo Matteo Treglia; un calice d’oro commissionato al Lofrano da re Ferdinando ed un altro offerto da Pio IX; il collare, capolavoro di gioielleria mondiale, realizzato da Michele Dato, e che nel corso del ’700 e dell’’800 si è arricchito di altre impareggiabili gioie donate dai regnanti europei; due ostensori, uno dono del Murat, l’altro di Maria Teresa d’Austria; le pissidi volute da Ferdinando II e da Umberto II; la croce episcopale regalo di Maria Cristina di Savoia. Il lavoro si è preannunciato da subito affascinante e minuzioso impegnando gli esperti gemmologi per ben due anni nell’analizzare oltre 6000 pietre. Di ognuna è stata tracciata una sorta di mappa strutturale, un documento di riconoscimento che ne ha stabilito la natura, le origini, le qualità, le inclusioni, le importanti datazioni ed il taglio. Una procedura, cioè, che ha messo a nudo tutte quelle peculiarità necessarie a stabilirne la provenienza mineraria, e da qui le vie del commercio di allora. Un lavoro senza precedenti che ha confermato la maestria degli artigiani orafi partenopei che perfezionarono la loro arte affiancandosi ai colleghi francesi, giunti a Napoli al seguito della corte Angioina.

Carlo II d’Angiò commissiona a Stefano Godefroy, Guglielmo di Verdelay e Milet d’Auxerre, maestri orafi francesi, un reliquiario in argento dorato che contenesse le ossa del cranio e le ampolle con il sangue del Santo. È il 1305 quando per la prima volta la reliquia è esposta alla venerazione dei fedeli.

Fino ad oggi, ad esempio, perdendoci nella magnificenza della mitra in argento dorato, realizzata da Matteo Treglia nel 1713 su committenza della Deputazione, ne abbiamo ammirato la fattura del corpo caratterizzato dalle infule e ricoperto senza soluzione di continuità da una cascata di gemme disposte su decoro floreale, ne abbiamo letto e riletto la storia. Qualcuno avrà anche speso delle parole a commento della esorbitante cifra investita: 3 mila ducati, quelli raccolti grazie a sottoscrizioni e donativi del popolo, del sovrano e  del clero. Ma solo ora sappiamo che quelle splendide gemme colorate rappresentano una delle più grandi collezioni di smeraldi colombiani esistenti, arrivati a Napoli per mano di commercianti genovesi che li acquistavano dalla flotta spagnola. Una rivelazione comprovata anche dai mandati di pagamento custoditi negli archivi del Banco di Napoli.

Terremoti, pestilenze, eruzioni e carestie quasi non fanno più paura perché c’è chi protegge la città. “Gennarì” è per il popolo napoletano uno di famiglia, un confidente, una persona cara a cui raccontare i propri guai e quando necessario alzare la voce. Perché è così che si fa quando un amico pare non prestare attenzione ai nostri bisogni. E vuoi per devozione, vuoi per ingraziarsi la benevolenza dei sudditi, anche i regnanti fanno a gara nel donare il gioiello più pregiato, la pietra più grande, la catena più pesante. E più il Duomo si stipa di devoti e curiosi più il tesoro prende forma, anzi deborda oltre ogni immaginazione aspettando che anche questa volta “faccia ’ngialluta” dia un segno della sua amorevolezza rinnovando il miracolo. Perché un ritardo, e fa paura anche solo a pronunciarlo, preannuncerebbe sciagure terribili.

Gli smeraldi di grande caratura, a cui sono stati assegnati nomi storici dei membri della Eccellentissima Deputazione, sono stati fotografati con speciali apparecchiature che hanno consentito di  tracciare una singolare mappa cristallografica.

Il sangue si scioglie durante una solenne processione predisposta per una grave carestia. La storia è diventata leggenda.

È stato rinvenuto anche uno dei primi diamanti taglio moderno, proveniente dalle taglierie veneziane.


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