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Memento Mori

Julia deVille, Anatomy of a rabbit scultura-gioiello. coniglio impagliato, argento, rubini

Quando vedo alcune creazioni mi piacerebbe poter entrare nella mente di chi le ha ideate, seguire il percorso dell’idea da cui scaturiscono e sospiro con un poco d’invidia per non averci pensato io. Non è questo il caso delle artiste di cui sto per scrivere.

I gioielli che celebrano la morte e la caducità della vita o ricordano una persona defunta non sono una novità e non è certo il tema che desta scalpore: la gioielleria memento mori si è diffusa dal XIV secolo in poi ed era di grande tendenza in epoca vittoriana. Vero che ogni artista trova il proprio terreno d’espressione, queste ragazze però si sono fatte decisamente prendere la mano dal macabro. La svedese Agnes Larsson usa materiali deperibili che si modificano nel tempo perché i gioielli non devono sopravvivere a chi li indossa. Il nero è il solo colore scelto per le sue creazioni, nelle quali contrappone carbone e legno bruciato ridotti in frammenti con i suoi capelli. Corvini, ovviamente.

Attenta frequentatrice di cimiteri, Shari Pierce tradisce un’attrazione macabra per i visi delle persone decedute e crea gioielli stampando su carta-tessuto fotografie di sconosciuti cari estinti e ritagli di necrologi, i cui visi vengono resi irriconoscibili per rispettarne la privacy.

Suggestionata dal confine che separa la vita dalla morte, l’inglese Merran Philips crea una collezione fatta di denti, piume e sezioni di ossa intrisa di riferimenti alla gioielleria memento mori di epoca vittoriana e di atmosfere degne di un racconto di Edgar Allan Poe a partire dal nome scelto: “The rise and fall of a covetous heart”, l’ascesa e caduta di un cuore avido.

Julia deVille, ispirandosi alla gioielleria memento mori e affascinata dalle pratiche imbalsamatorie, crea gioielli a metà strada tra l’oreficeria tradizionale e la tassidermia. La sua collezione, dall’eloquente nome “Taxidermy”, è un bestiario di topolini e uccellini imbalsamati, coniglietti e gattini con protesi in argento al posto delle ossa, ali spezzate, becchi e zampe. Per quanto impressionanti e repulsive, le sue creazioni mantengono uno strano senso di bellezza ed hanno un fascino macabro e intrigante al tempo stesso.

Disce Mori, il brand da lei creato, è sia nel nome che negli intenti un’interpretazione personale del detto latino “vivere disce, cogita mori” (impara a vivere, ricordati la morte).

In linea con la sua filosofia, Julia deVille ha donato il proprio corpo al German Institute for Plastination di Gunther von Hagens, l’inventore della tecnica di plastinazione e creatore di Body Worlds, la mostra che svela i segreti dell’anatomia e del funzionamento del corpo umano. L’esposizione, scioccante per l’utilizzo di tessuti ed organi umani, è attualmente a Milano dopo aver fatto tappa in più di sessanta città del mondo.

L’artista australiana assicura di servirsi solo di animali precedente deceduti e racconta di come negli anni si siano moltiplicate le persone che le donano i corpi dei propri animali perché li trasformi in arte e li renda eterni. Personalmente non riesco a non immaginare i cassetti del suo laboratorio ricolmi di ali e zampette, e di certo se la incontrassi la terrei ben lontana dai miei amati quadrupedi.

Non vi stupite se mentre andate a far visita alla cara bisavola vi trovate davanti una stramba che immortala le tombe, o se durante una passeggiata al parco un’altrettanto stramba chiede se potrà avere il corpo del vostro cagnolino quando sarà trapassato: anche questo è (discutibile) gioiello.

 


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