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Made in Italy: vero o falso?

Negli ultimi anni si sono susseguite diverse proposte di legge, alcune anche approvate dal Parlamento ma poi sospese per presunta incompatibilità col diritto comunitario, finalizzate a tutelare il “made in Italy” dalle imitazioni o da prodotti dotati di marchi che richiamano il nostro Paese ma che in realtà sono realizzati all’estero. Il viavai di norme, introdotte, modificate o sospese, ha generato confusione non solo tra produttori ed importatori, ma tra gli stessi dettaglianti, sui quali ricade in ultima analisi la responsabilità per le merci vendute e che giustamente si domandano se alcuni dei prodotti che vendono possono essere qualificati come “made in Italy” oppure no. Ciò vale soprattutto per chi lavora molto con i turisti, per i quali il “made in Italy” è un “plus” insostituibile in termini di valore e prestigio. Vediamo quindi qual è lo stato attuale della normativa sull’etichettatura d’origine.

La Normativa Comunitaria
Nell’ambito della Comunità Europea, il principale punto di riferimento è il Codice Doganale Comunitario. Non a caso le più importanti regole sull’origine dei prodotti sono dettate da una norma di carattere doganale, in quanto fino ad oggi la definizione dell’esatta provenienza di un prodotto è stata finalizzata all’applicazione di dazi, tariffe e quote di importazione, piuttosto che alla tutela ed all’informazione del consumatore.
La regola fondamentale del Codice – adottato con Regolamento n. 450/2008 – stabilisce che una merce i cui componenti sono stati prodotti in due o più Paesi, va considerata originaria del Paese dove è avvenuta l’ultima trasformazione/lavorazione sostanziale, a patto che tale lavorazione abbia comportato la realizzazione di un prodotto nuovo o quantomeno costituisca una fase importante del processo di fabbricazione.
Quindi, ai fini doganali, un prodotto è “Made in Italy” se è realizzato interamente in Italia oppure vi è stato sottoposto ad una trasformazione sostanziale, cioè una lavorazione che è determinante per la natura e la qualità del prodotto finale.

La normativa nazionale
Come abbiamo detto all’inizio, negli ultimi anni si è manifestata una maggiore sensibilità per la tutela del Made in Italy, stavolta in un’ottica di difesa della qualità e dell’identità dei prodotti italiani che di tutela dei consumatori.
Va subito detto che, ad eccezione di alcuni prodotti specifici, tra i quali non rientrano quelli di gioielleria ed orologeria – l’apposizione dell’etichettatura “Made” in sulle merci vendute in Italia non è obbligatoria. Non esiste dunque un obbligo generalizzato di indicare l’origine di un prodotto.
È però vietato commercializzare, importare od esportare prodotti recanti falsi o fallaci indicazioni di provenienza o di origine (Legge 166/2009).
In pratica, viene considerato ingannevole e quindi proibito l’uso di segni, figure, marchi, etc. che possano far credere che il prodotto sia di origine italiana, ivi compresi marchi aziendali che ad es. si richiamano ai colori della bandiera nazionale o ad altri elementi caratteristici che simboleggiano l’Italia. I marchi, quando hanno queste caratteristiche, sono ammessi solo quando si tratta di marchi registrati ed identificano un determinato produttore o distributore con una concreta attività commerciale ed imprenditoriale radicata in Italia, il quale si assume tutte le responsabilità in ordine alla qualità del prodotto.
Quindi, pur non essendo obbligatoria l’indicazione dell’origine nei confronti del consumatore finale, non devono esservi indicazioni di qualsiasi genere che possano trarre in inganno il consumatore sull’effettiva origine del prodotto. Se l’origine viene indicata, essa deve rispettare le regole previste dal codice doganale comunitario.

Marchio di identificazione e Made in Italy
Il Marchio di identificazione del fabbricante, da apporre obbligatoriamente su tutti gli oggetti in metallo prezioso, è garanzia dell’origine italiana del prodotto? Non sempre. Infatti, secondo la legge italiana sui titoli e sui marchi (Decreto Legislativo 22 maggio 1999 n. 251) anche gli importatori hanno l’obbligo di dotarsi del marchio e di apporlo sugli oggetti che importano, con alcune eccezioni.
Infatti. per gli oggetti importati, occorre distinguere tra :
Oggetti importati da paesi non facenti parte dell’Unione Europea o dello spazio economico europeo: devono recare, oltre all’indicazione del titolo legale in millesimi, anche il marchio di responsabilità del fabbricante estero ed il marchio di identificazione dell’importatore; laddove però gli oggetti portino un marchio di responsabilità del fabbricante depositato e riconosciuto in Italia o nello spazio economico europeo, possono non recare il marchio dell’importatore, purché lo Stato di provenienza degli oggetti accordi analogo trattamento agli oggetti prodotti in Italia.
Oggetti prodotti nei paesi appartenenti all’Unione Europea ed allo Spazio Economico Europeo: sono esentati dall’obbligo di recare il marchio dell’importatore, purché portino il marchio di responsabilità del produttore previsto dalla normativa del paese d’origine, oltre naturalmente all’indicazione del titolo.
Quindi, gli oggetti provenienti da Paesi esterni alla Comunità Europea o con i quali l’Italia non abbia accordi di reciproco riconoscimento dei marchi nazionali, devono obbligatoriamente recare il marchio dell’importatore italiano.
È assolutamente vietato mettere in vendita oggetti privi di tale marchio.


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