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L’oro della Biennale

L’oro (la speculazione e la crisi economica) non poteva mancare alla 55^ edizione della Biennale di Venezia. Due artisti lo hanno reso protagonista nelle loro installazioni, italiano il primo, Pietro Golia, russo il secondo, Vadim Zakharov, in un cubo di cemento nel padiglione italiano ed in una stanza vuota in quello dedicato alla Russia.

Golia, per il suo Untitled, My gold is yours, ha disciolto nell’impasto dell’oro in polvere (per un valore circa 60mila euro), che rende luminescente l’enorme monolite grigio di 2,5 metri per lato disposto all’aperto, lasciando ai visitatori la possibilità di praticare una vera e propria caccia all’oro, potendo (riuscendovi!) anche a scalfire il blocco per estrarne i preziosi frammenti; contribuendo, così, a dare nuova vita e nuova forma all’opera per tutto il corso dell’evento (che terminerà il 24 novembre).


Zakharov, invece, ha riprodotto il mito di Danae con una pioggia di monete d’oro che dall’alto si riversano in un ambiente riservato esclusivamente alle donne che potranno raccoglierle solo per riavviare nuovamente il ciclo costante delle pioggia che ritorna a cadere; gli uomini potranno assistervi solo attraverso un buco praticato all’esterno dell’ambiente e per farlo dovranno inginocchiarsi, provocatoriamente di fronte al dio-denaro.
Due installazioni figlie del nuovo secolo. Due opere che bene ci informano sulla venalità e sul materialismo, sul rapporto con la ricchezza e l’avidità. A ciascuno spettatore è data l’opportunità di comportarsi come meglio crede, in un’interazione che, c’è da giurarci, rappresenterà da molto vicino l’incertezza e lo straniamento del nostro tempo.


1 commento

  1. […] (1895). Ed allora resti affascinato da realtà che non conosci come quella dell’Uruguay o della Russia e passi senza troppa emozione tra le sale della Gran Bretagna o della Francia. Padiglione […]


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