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L’opale perso e l’opale ritrovato

Ogni volta che suono il campanello del mio tagliatore cinese di opale credo che mi rispondano che è morto. Mi sono fissato, m’è successo anche tre settimane fa. “Ecco – penso – ora viene la segretaria e mi dice della disgrazia”. Poi lo scorgo: si tratta d’un omino d’età imprecisata, ma certo non giovane, un po’ curvo, pallido e sempre silenzioso. Non conosce l’inglese, mi sillaba in cantonese e io rispondo in italiano. Le sue movenze lente m’appaiono ispirate ad una solenne e tutta orientale modalità di risparmio energetico. Due anni fa, poi, era così debole e magro a causa del clima a gennaio insolitamente freddo che mi andai convincendo (sono le convinzioni del viaggiatore d’affari causate un po’ dall’istinto ingannato dal jet-lag e un po’ dalla solitudine) che quello sarebbe stato l’ultimo opale che mi vendeva. Feci dunque il mio lavoro in una rispettosa e immaginaria atmosfera sepolcrale; mentre le gemme mi scivolavano dalle mani e le migliori si depositavano come per incanto al mio lato, vibravano meste le note cupe d’un requiem d’addio nel buio del laboratorio.

Ma in questa scena malinconica a suggestionarmi si mise pure l’opale. Il suo gioco di colore mi rinfocolò in un attimo la fiamma della gioia di vivere (ma in realtà il tagliatore cinese aveva solo la tosse): ad ogni inclinazione della mia mano come non mai sfavillavano i suoi infiniti arcobaleni, tutti astri luminosi nella penombra cinese. Solo il poeta napoletano Raffaele Viviani, allo stato delle mie conoscenze, rende, in versi però ispirati alla luce del sole che illumina la donna amata, il gioco di colore dell’opale (“vedarrissi migliare ‘e culure, mo’ russe, mo’ verdi, mò lilla, mo’ gialle”). Venne servito il tè, poi passammo a tagliare e lucidare. Sempre ritocco i pezzi per fare coppie, parure, forme speciali. In effetti è qui che viene il divertente: manipolare le gemme a modo proprio, adattarle ai mercati di riferimento, ridisegnarle. Il vecchio non mi contrariava, anche quando le mie idee gli sembravano pura follia, quando magari violavo, a vantaggio delle forme, le regole millenarie della massima resa del grezzo. Era come se il taglio della gemma lo resuscitasse ai miei occhi.

Volli tuttavia comprare (a futura memoria) due pezzi strani senza praticare modifiche e ritagli. Una suggestiva spirale opalizzata e un bizzarro pezzo storto, vagamente triangolare. Li aveva visti così e così il vecchio saggio li aveva lasciati, una lucidatina e via. Del resto l’opale ha una struttura amorfa e si presenta spesso in forme grezze insolite. Visto che nella mia allucinata visione il tagliatore sarebbe presto passato a miglior vita, tanto valeva accaparrarsi qualcosa di veramente suo. Spiego queste cose al solo scopo di testimoniare che questi due pezzi non li avrei acquisiti in una razionale seduta di lavoro, li comprai invece sotto gli influssi di un fenomeno di autosuggestione. Vi sembrerà strano ma gli italiani non amano gli opali storti o insoliti.

La caratteristica spirale si rivelò essere un raro fossile. Facemmo giusto in tempo a fotografarlo che – destino atroce e me tapino – andò perduta durante le pulizie del mio ufficio. Lasciate che io stenda un velo pietoso su tale imperdonabile disattenzione. Del pezzo storto mi dimenticai, come ci si dimentica di tante cose quando un evento luttuoso (la dipartita inaspettata di un pezzo da museo) ci accade a bruciapelo.

Altre visite al laboratorio dell’opale, anche recenti, mi hanno confermato in vita l’inconsapevole tagliatore (che parti del corpo si toccheranno mai i cinesi per fare gli scongiuri?); altro opale abbiamo progettato e lavorato. Poi, circa due settimane fa, sono andato a incontrare un amico-cliente che non vedevo da tanto. Era solo un saluto. Lui era dietro la scrivania ad armeggiare con un oggetto sul disegno di una barca. “Tu non c’eri – mi dice – ma l’ho comprato al tuo stand a Vicenza”. E quello che risorgeva alla mia attenzione era l’opale storto che la fantasia del mio amico stava trasformando nella vela di una nave d’oro. Tutto l’opale geometrico che io vendo immediatamente lo dimentico presto ma lopale storto no, aveva questa storia da raccontare.


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