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Lo sapevo che c’era il lieto fine

Leggendo un “Hotel America” di Vittorio Zucconi in un D di fine Maggio, ho avuto subito la sensazione che l’eccellente giornalista e scrittore avesse concesso qualcosa di troppo al fascino dei luoghi comuni sull’amore e sul gioiello come simbolo di cotanto sentimento. Il titolo non scherzava per niente: “Agnellini, liberatevi dal sacrificio di massa imposto dai gioiellieri in questa stagione”. E, per inciso, dovrebbe essere argomento di serrata discussione questa faccenda dei gioiellieri che “impongono” qualcosa a qualcuno nell’anno del signore 2011. Già, dov’è che i gioiellieri, oggi come oggi, possono attribuirsi il potere di “imporre” acquisti su larga scala (sacrificio di massa)?
Secondo Zucconi, questo Eden va cercato (e chiuso per un lunghissimo periodo di ferie) negli Stati Uniti, ove in Maggio oltre 2 milioni di giovani maschi “entrano nei negozi di gioielleria per acquistare quell’anello di fidanzamento che presenteranno alle future spose insieme con la fatale proposta”. Fra parentesi: se almeno la metà chiedesse una cosina di design, avremmo risolto molti problemi. E l’ottimo Zucconi vuol cancellare una così simpatica tradizione? Ma che gli è preso?
Avanzando nella sua rubrica, il giornalista non lascia respirare i lettori, specialmente quelli che hanno qualcosa a che vedere con la materia; e il suo “discorso” mira dritto al bersaglio: aboliamo questo “stupido rito” che dissangua i futuri mariti e che oltre tutto offende le donne (“tiè, beccati ‘sta pietra, ora ti ho comperato e sei mia”). Così si va sparati al gran finale zucconiano: “Dunque liberatevi, agnellini, dal sacrificio di massa imposto dalla De Beers e dai gioiellieri. Offrite all’amata una poesia, un libro, un pensiero, un fiore, un simbolo meno dispendioso. Spiegatele che l’avere evitato quella offensiva idiozia dell’anello con brillantino che tutte le sue amiche hanno è un gesto di rispetto alla sua intelligenza e alla sua autostima. E poi preparatevi, cari Agnellini a una vita da vecchi caproni single.”
Lo sapevo che c’era il lieto fine. Per la De Beers, naturalmente. Meno male.


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