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Lebole Gioielli – argento e seta disegnano la nuova collezione

Lebole Gioielli coglie l’essenza dell’estetica giapponese e la tramuta in oggetti di grande modernità legando con un filo di seta la cultura orientale alla tradizione orafa italiana.

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La seta è quella originale di antichi kimono, una testimonianza a noi remota che diventa delicata protagonista nel gusto e nella tecnica di creazioni affidate all’abilità di esperti artigiani orafi aretini. È nata così una linea di gioielli dalla prorompente vitalità, capace di differenziarsi in ogni collezione.

Una contemporaneità dalla doppia anima e in continuo divenire, proprio come il paese nipponico.

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“Abbiamo voluto creare un contrasto eccentrico penetrando nelle due distanti culture – spiega Barbara Lebole, con sua madre Nicoletta Lebole, head dell’azienda -, senza mai alterarne le identità. Il risultato è una coralità di stili che si presta a continue innovazioni.

Nell’ultima proposta, ad esempio, abbiamo sostituito il legno di ciliegio giapponese, anima dei nostri gioielli, con l’argento 925, ma nella variante dorata perché ha una lucentezza più calda che sposa meglio i cromatismi dei tessuti orientali.”

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L’argento, dunque, questa volta è una presenza rilevante che sul davanti si esprime nell’eleganza di una scintillante cornice per proseguire sul retro a tutto campo, dove ospita il punzone e la firma del brand: due facce di una stessa unicità.

Meri gioielli che si offrono nelle silhouette della lanterna, del ventaglio, dell’ideogramma e del kimono intercambiabili tra di loro per ottenere, come sempre, coppie di orecchini differenti.

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“Il Made in Italy è la nostra ricchezza – aggiunge Barbara Lebole – e ci impegniamo affinché rimanga inalterato nelle sue fondamenta che sono qualità, buon gusto, artigianalità e creatività.

Valori che nella criticità di oggi vogliamo che emergano forti e incontaminati anche quando li accostiamo alle tipicità di altri paesi. Nello stile, poi, Lebole Gioielli ha scelto di mantenere il tratto minimal evitando facili eccessi.

Teniamo quel che vale la pena tenere, come disse George Eliot, per recuperare il senso della raffinatezza che non è mai patteggiabile con la banalità.”


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