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Le nuove direzioni del Gioiello

Essere accolta all’ingresso ovest della Fiera di Vicenza da uno spazio come la New Hall Directions mi fa tirare un sospiro di sollievo! Quattordici designer, tante idee e altrettanti materiali hanno contaminato la Fiera di Vicenza, che, con la collaborazione di Alba Cappellieri, responsabile della selezione dei designer, ha dato una scossa al panorama orafo. Oltre ad una sensazione di benessere che mi ha pervasa appena entrata nella hall, mi sono stupita di come tante creazioni di natura e territori differenti potessero convivere in una così perfetta armonia, e ancora di più di come i gioielli, pur essendo non convenzionali, si prestassero ad una semplice lettura. Ho trovato la risposta dopo un piacevole pomeriggio passato in compagnia dei designer, trascorso cercando di cogliere non solo il sapore delle loro creazioni, ma anche lo spirito che li guida. Sperando di riuscire a farli conoscere, così come loro si sono presentati a me, in un viaggio tra le loro vetrine e le loro parole, inizio parlando di Luisa Bruni, romana, che con un po’ di timidezza iniziale ha raccontato le sue creazioni come degli ornamenti per il corpo in cui il valore è legato principalmente alla lavorazione. Il rapporto con il materiale, si slega dalla tradizionale preziosità, ma diventa solo un mezzo espressivo e pittorico per raggiungere l’effetto desiderato e suscitare delle suggestioni nell’osservatore. Ma la cosa che più di tutte ha catturato la mia attenzione, è stato l’elemento sonoro sul quale si è soffermata: il titolo diventa la parte mancante del gioiello, quella che unisce il senso uditivo a quello tattile e visivo. L’anello CRA CRA ad esempio, solo nel momento in cui si viene a conoscenza del titolo, visualizza un flash sullo stagno, completa la suggestione.

Luca Cosseddu invece trova ispirazione nel materiale. La sua ricerca infatti è prima di tutto materica e avviene con l’obbiettivo di ottenere trame e colori caratterizzanti. Parla con passione del bianco e del nero senza tempo, dell’eleganza del biondo marmo su metalli ma soprattutto su materiali alternativi, il corno per fare un esempio, che vengono levigati, tagliati, sagomati e scolpiti in forme che rimandano ad un’epoca lontana, quasi preistorica.

Da forme e materiali primitivi – in senso buono, s’intende! – si passa con naturalezza a materiali più contemporanei, come quelli plastici utilizzati da Elviro Di Meo e Antonio Rossetti nelle loro “architetture in microscala”, come amano definirle. Perché se si considerano come architetture ma in una scala più piccola, allora ci aiutano a leggere con facilità lo spazio e noi stessi, da materia si elevano a concetto e diventano specchio di sé stessi.

Ancora una diversa faccia del gioiello si cela nella solarità di Esmeralda Enriquez, che senza batter ciglio, con l’entusiasmo e la spontaneità che vengono dalle sue radici partenopee e spagnole, racconta del gioiello come espressione di un sogno e dell’anima oltre che di se stessa. La vitalità che la contraddistingue è rappresentata dal colore che non manca mai nelle sue “creaturine”, delle quali parla come se avessero – e quasi mi sono convinta che ce l’hanno – un’anima e una vita.

Anche Francesca Gabrielli parla di espressione della personalità per definire i suoi gioielli. Con molta schiettezza ammette infatti che chi s’innamora dei suoi gioielli probabilmente ha dei punti in comune con il suo modo di essere, lunatica, nella vita e nei gioielli, influenzati dal suo stato d’animo nel momento della realizzazione: a volte colorati e vitali nei momenti di allegria, altre volte meno brillanti nei momenti di tensione. In questa poeticità veriegata il materiale ha un ruolo centrale: come l’estetica in un uomo le rende desiderabile, allo stesso modo il materiale diventa stimolo e suscita emozioni.

E se da un lato la materia non può essere trascurata, per Manuela Gandini invece è la forma l’aspetto del gioiello al quale assolutamente non potrebbe rinunciare. Geometrie e abbondanze prendono vita dai più svariati materiali, che siano metalli preziosi o gomma, per realizzare un gioiello che faccia star bene, di cui non ci si stanchi mai, che magari si metta da parte per un po’, per cambiare, ma che dopo un po’ sia ripescato e indossato con la stessa emozione della prima volta.

Creazioni che sono un po’ come lei, fluide, leggere e spiritose ma che nascondono rigore formale e precisione! E ancora un altro aspetto, un altro carattere, un’altra direzione viene da Stefania Lucchetta, che sembra riesca a far convivere in sé due anime opposte. Una, quella che l’ha portata ad avere una laurea in lettere, che silenziosamente osserva l’altra, più tecnologica e all’avanguardia, che a poco a poco – o forse prepotentemente? – si è fatta spazio. Un amore a prima vista quello con i programmi di modellazione, corteggiati da autodidatta, che l’ha portata alla realizzazione di gioielli mai visti prima d’ora. Progetta, e qui riemerge l’anima umanistica, pensando a chi indosserà i suoi gioielli, sognando una donna che ama il mondo in cui vive, che lo abita senza pensare nostalgicamente al “c’era una volta ..”, ma soprattutto ad una donna coraggiosa di indossare a apprezzare cose che prima non esistevano.

Tra l’organico e il surreale, si possono invece collocare le creazioni di Laura Magro, affascinata dalla morfologia e dall’energia dei materiali, che riesce a trattare sì con sapienza artigianale, ma senza escludere la lavorazione industriale. Una fusione di tradizione e innovazione che la colloca nel panorama contemporaneo.

Indossabilità, ricerca ed emozioni sono invece le parole chiave che contraddistinguono il lavoro di Gigi Mariani. La bellezza delle sue creazioni risiede nell’equilibrio perfetto che ha saputo creare tra la tradizione e la voglia di innovare. La sua passione per la pittura lo arricchisce della giusta componente artistica ed espressiva e i materiali fanno da tela per le texture che riesce ad ottenere con le sue lavorazioni. Allo stesso tempo però, si percepisce un rispetto per la tradizione, per quei materiali come il niello, lega metallica che affonda le radici ai tempi degli Egizi, a cui resta legato, ma solo a condizione che questi vengano reinterpretati e rispettino le condizioni di indossabilità, che è l’obbiettivo finale!

Michele Paparella prova a spiegare i suoi gioielli partendo dall’etimologia, e collegando il significato alla gioia, alla positività che è indiscutibilmente legata al buon gusto e all’indossabilità, oltre che alla trasposizione sul piano fisico di elementi emozionali. Le sue creazioni nascono da uno studio antropologico che analizza la perdita della riflessione, dell’interiorità dell’uomo. Ma nulla è perduto! I Gioielli di Michele Paparella rendono possibile una riscoperta dei valori simbolici, scuotono l’animo e lo spirito grazie alla dinamicità e al movimento che li caratterizzano!

Fiorentino, nato e cresciuto in mezzo ai gioielli, Claudio Ranfagni è un concentrato di positività e ottimismo. Sembra quasi fuori dal tempo e dal materialismo contemporaneo quando dice che riceve il massimo della soddisfazione se riesce a strappare un sorriso a chi passa davanti alla sua vetrina. Gioielli genuini quelli che vengono fuori da uno studio intenso e una progettazione accurata che mira alla freschezza, anche quando dietro c’è un lavoro duro e faticoso. Una certezza per lui: il già visto non emoziona!

Dalla Toscana si vola alla folcloristica Campania grazie alle creazioni di Gustavo Renna, legato al suo territorio e fortemente convinto che da questo si acquisisca una tecnica elevata e un’ala di mistero che rende i gioielli più desiderabili. Racconta di come una volta i turisti, da Positano, portavano via un pezzo del posto come ricordo, e di come adesso ci si sia ridotti a semplici “gadget”. Ma non lui! Riesce a imprigionare nelle sue pietre il fascino artigianale e quello della sperimentazione. Come un pittore sulla tavolozza combina diverse tonalità di colore per crearne uno proprio, allo stesso tempo lui dalla polvere di due pietre naturali crea cromie infinite che non si trovano in commercio.

C’è chi è legato al territorio e chi invece, come Ivana Riggi ha un legame indissolubile con gli studi compiuti. La laurea in architettura le fa vedere e creare da un punto di vista differente: gioielli come architetture ospitate dal corpo che obbligano il progettista a tenere conto delle proporzioni, oltre che ad una continua ricerca materica. Si definisce “scolastica”, ma la definirei rigorosa nell’armonia del disegno complessivo. Ivana, da bravo architetto, si lascia sfuggire il nome di Achille Castiglioni, del quale ammira l’approccio ludico al progetto e al quale si ispira. Il corpo diventa un teatro, lontano dalla quotidianità, sul quale si esibiscono piccoli protagonisti d’acciaio, appropriandosi della scena!

In ultimo, ma non ultimo Jànos Gàbor Varga, che definisce il gioiello, diversamente da tutti gli altri, come un amuleto carico di potere e di energie che aiutano e danno forza nei problemi quotidiani. Lui arriva a questo risultato partendo da forme basiche. Poi le taglia, le cambia, le tira, le piega, fino ad arrivare a gioielli sorprendenti, o come li definisce lui – non saprei esprimerlo con parole migliori – “il risultato di una drastica emozione”.



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