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Le Donne dell’Oro: Tenacia e sensibilità le collocano in pole position rispetto ai colleghi maschi

Se ne discute con tre primedonne che trattano di oro e dintorni secondo differenti professionalità e modalità: Barbara Gianuzzi, Elisabetta Carletti e Sara Miconi

Dovrebbe essere un universo regolamentato solo da canoni estetici. In teoria. Tutt’altra cosa nella pratica, perché quello dell’oro è un mondo abitato da figure che tra loro sembrano distanti anni luce: il mercante vi ragiona in termini di profitto,  dunque spesso in corto circuito con i creativi che tirano diritto per la propria strada. Li mette d’accordo, li deve mettere d’accordo su un’idea superiore ed imprescindibile di bellezza che sottende l’intera filiera, diversamente la convivenza risulterebbe impraticabile, parlando linguaggi diversi.

Depositaria di questa idea di bellezza è per definizione la donna, intorno a cui ruota l’intero comparto. Numericamente inferiore rispetto allo schieramento maschile, dalla sua ha però armi potenti, come la tenacia e soprattutto la sensibilità, due doti che le consentono spesso di portarsi più avanti rispetto ai colleghi dell’altro sesso.

Ne abbiamo discusso con tre di loro, tre primedonne che trattano di oro e dintorni secondo differenti professionalità e modalità, accomunate però dalla certezza che il valore non è affatto solo questione di carati.

Barbara Gianuzzi

Barbara Gianuzzi

Il gioiello è qualcosa che va al di là della creatività, dell’audacia, della capacità di abbinare pietre e metalli, di creare forme

Barbara Gianuzzi È tra le più importanti e dinamiche agenzie di relazioni pubbliche e comunicazione nel settore del luxury, fashion, lifestyle e design. Nei suoi primi dieci anni di attività (nel 2020 se ne festeggia il decennale) è riuscita a fidelizzare brand come Vacheron Constantin, Tamara Comolli, Seiko, de Grisogono, Mabina Gioielli ed altri di stesso calibro. Barbara Gianuzzi, titolare ed anima del’omonimo studio di comunicazione, ne discute con orgoglio e con la competenza di chi conosce a perfezione il mestiere, pronta a puntare su traguardi ancora più prestigiosi.

Il mio approccio al settore dell’oro e della gioielleria è nel 2000, cioè l’anno in cui sono entrata da Cartier. È successo quasi per caso, perché finita l’Università avevo ambizioni di diventare una super manager di grosse multinazionali. Non possedevo nessuna cognizione di gioiellerie e del lusso. Poi da Cartier ho scoperto un mondo per me nuovo e me ne sono innamorata. Passione che non si è mai conclusa e che oggi, ancora più di prima, mi fa provare stupore al cospetto di un gioiello.

Parliamo verosimilmente di oggetti di rango o comunque di ideazioni che indirizzano verso determinate scelte. Come dev’essere fatto un gioiello per essere attrattivo?
Dev’essere armonico. L’armonia, che poi sancisce uno stile, è una virtù prioritaria, è ciò che ti invoglia ad indossare quel determinato gioiello. È qualcosa che va al di là della creatività, dell’audacia, della capacità di abbinare pietre e metalli, di creare forme. Brand tipo de Grisogono, ad esempio, sapevano come ponderare gli eccessi, li dosavano con armonia, al resto provvedeva poi il talento del designer.

La pandemia ha scompaginato ogni assetto ed ha azzerato certezze. Resistono solo i grandi?
Ho una percezione leggermente differente. Io noto che nonostante crisi e sofferenze, i gioiellieri continuano a nascere, al di là dei grandi brand. Nonostante tutto proliferano. Quindi mi chiedo: se il comparto è in crisi, come mai nascono e si sviluppano tante nuove reltà? È diventato un settore molto affollato e ci sono tantissimi nuovi brand che si lanciano nell’avventura. Quanti gioielli e quanti orologi si potranno mai vendere con una tale mole di proposte?

Un mondo dorato a forte presenza maschile dove, però, le donne sanno imporsi guadagnando spazi importanti.
È questione di sensibilità. Tanti i gioiellieri uomini, ma la sensibilità femminile è sempre risolutiva. D’altronde, un gioiello si costruisce pensando alla donna che lo deve indossare.

L’agenzia opera già ad alti livelli. E per il futuro?
Progetti anche più ambiziosi. Abbiamo lavorato tanto ed abbiamo ottenuto grandi soddisfazioni. Poi la pandemia, che ha congelato tutto. Guardo soprattutto al settore della gioielleria, perché normalmente lo spazio che concediamo agli orologi è maggiore di quello riservato ai gioielli. Per il futuro vorrei pareggiare un pò il conto. Ho conosciuto tantissime realtà che avrebbero bisogno di maggiore visibilità, una creatività estrema che merita spazi più congrui.

Come ha approcciato il lusso?
Quando ho scoperto cosa voleva dire un gioiello veramente costoso. Ero agli esordi, da Cartier. Una giornalista mi disse che doveva fare un pezzo superlusso, cose da sogno, inarrivabili, per principi, reali e roba del genere, e mi fece: “dimmi del gioiello più costoso che avete”. Lo individuai e nella mia ignoranza pensai “potrà costare (c’erano ancora le lire) cento/centicinquanta milioni…”. Poi ho scoperto che era un gioiello da dieci miliardi di lire, un collier con due smeraldi da duecento carati. Da lì mi si è aperto un mondo.

Elisabetta Carletti

Elisabetta Carletti

Sono una creativa, ed anche idealista. Da quando è nata mia figlia la mia creatività si è concentrata sui gioielli

Elisabetta Carletti Così, ho iniziato per gioco nel 2009 con un‘idea semplice… volevo portare addosso un cielo stellato… con le mie mani realizzai la prima collana con le stelle e, poco dopo, la collana con le “letterine” con il nome di Elena Sofia, il mio cielo… Inizialmente solo per me… poi per le amiche… poi cominciarono a cercarmi i primi negozi d’abbigliamento… coincidenza dopo coincidenza, idea dopo idea nacque Maman et Sophie, marchio, azienda…

È scritto questo sul suo website, ma si ha come la sensazione che ce lo stia sussurrando all’orecchio, perché lei, Elisabetta Carletti, ideatrice fiorentina di Maman et Sophie, è impalpabile e delicata come ciò che crea. Lo si comprende a colpo d’occhio guardando i suoi gioielli.
Sono una creativa, ed anche idealista. Da quando è nata mia figlia la mia creatività si è concentrata sui gioielli, in precedenza non ne ero amante né riuscivo a trovarne di soddisfacenti. Volevo indossare qualcosa che esprimesse la mia gioia di madre, in particolare le stelle, che esprimono luce, proprio perché volevo disegnare la luce.

Sa bene ciò che vuole e da se stessa pretende molto, riuscendo perfino a cavare un cielo stellato da ideazioni minimal, estremamente contenute in volumi e materiali, dove trova spazio anche la poesia.  Prova a creare bellezza…
…perché sento la necessità di passarla alle persone che acquistano i miei gioielli. Sono appassionata di segni e simboli, credo molto nelle forme…

…i suoi gioielli sono infatti costituiti principalmente da segni e simboli, mai sopra le righe e senza alcunché di gridato. Vanno indagati da vicino, scoprendo piccoli universi in cui concedersi una piacevole promenade.
All’inizio mi cercavano i negozi di abbigliamento. Poi, una dopo l’altra, sono arrivate le gioiellerie, oggi a quota 250.

Acquistano per empatia estetica o percepiscono l’anima che lei cerca di mettere nei suoi gioielli?
Ricevo molti bei segnali da persone che mi riferiscono la loro felicità nell’aver acquistato e soprattutto indossato queste creazioni. Sì, percepiscono qualcosa di diverso all’interno del gioiello, per me è la migliore gratificazione, e rispondo personalmente, ad uno ad uno, a tutti quelli che lo manifestano. Mi raccomandano tutti di non uniformarmi mai agli standard.

E se invece si presentasse l’occasione di deviare su produzioni più seriali ed omologate? Magari tentata da consistenti gratificazioni economiche. Detto brutalmente, meno anima e più soldi.
No. Non lo so fare e non vi saprei rinunciare. Ogni collezione nasce da una storia, da un’esigenza, come la nuova linea a cui sto lavorando e che sarà presentata a settembre, dedicata all’ambiente. Non ho mai preso in considerazione questa evenienza, neanche quando mi sono trovata all’improvviso a guidare da sola l’azienda, dopo la perdita di mio marito.

Come fa a mettere anima nei suoi gioielli?
Tutto ha un’anima. Come potrei non metterla? Non li so pensare senza, ognuno di loro ha una missione. Il mio sogno è contribuire a migliorare un po’ questo mondo con l’armonia, la bellezza e la dolcezza, …la passione! La bellezza salverà il mondo, ci credo fortemente.

Sara Miconi

Sara Miconi

Avevo questa passione fin da bambina e giocavo con qualsiasi cosa luccicasse

Avevo questa passione fin da bambina e giocavo con qualsiasi cosa luccicasse…
La passione è quella per i gioielli, ed appartiene a Sara Miconi, Addetta Responsabile Gioielli Italia per Sotheby’s. La sua disinvoltura nel discutere di oggetti a molti zeri è segno di una frequentazione di lungo corso del settore, iniziata infatti vent’anni fa dal basso, nell’amministrazione della prestigiosa Casa d’Aste londinese.

Venni a sapere per caso che Sotheby’s faceva delle esposizioni e delle vendite, ho cominciato a seguirle ed ho capito che la mia passione poteva anche diventare una professione, costruendomi piano piano quella che si chiama l’esperienza sul campo. Sono stata molto fortunata, ho avuto mentori di grande levatura, come Daniela Mascetti, scrittrice, ideatrice di un volume imperniato sulla conoscenza del gioiello non solo nei suoi elementi costitutivi ma anche sotto il profilo storico, dello studio del design, del prestigio della firma e quant’altro. E poi David Bennett che mi ha insegnato tanto sulle gemme di colore, sui diamanti.  È un’autorità a livello mondiale nella scienza delle cromie e delle nuance nelle pietre di colore. Entrambi mi hanno insegnato tutto.

Come si fa a dare un valore monetario alla bellezza?
È come la ricetta per un dolce, bisogna calibrare la richiesta dell’oggetto nel mercato, la base dei materiali che lo costituiscono, il brand e quindi la firma che fa la differenza tra un pezzo e l’altro, e poi se si tratta di un’edizione unica, di un pezzo ricercato o di un multiplo, fattori che giocano un ruolo fondamentale. Inoltre il gusto, il gusto che può avere un collezionista, magari del tutto differente da quello di una signora o da quello di un commerciante.

La Casa d’Aste a cui lei appartiene ha una clientela internazionale. Che carisma deve avere un gioiello per essere apprezzato in ogni angolo del mondo?
Proprio perché siamo una finestra internazionale sul mercato è difficile non trovare un gioiello apprezzabile universalmente: ovvio che la vendita di una pietra sarà influenzata dai listini, ma se si offre un gioiello di Lalique piuttosto che l’ultima collana di Bulgari, troveranno mercati del tutto differenti. Una casa d’aste internazionale non discerne il tipo di oggetto, che comunque trova una sua collocazione a livello mondiale. Abbiamo una clientela talmente vasta che non fa differenza, diversamente per un mercato locale.

La cifra più alta battuta ultimamente per un gioiello. Di cosa si trattava?
Un braccialetto di Cartier Tutti Frutti che abbiamo venduto durante il periodo di lockdown in un’asta on line. Si partiva da 600.000 dollari, l’abbiamo venduto a 1.300.000.

Dovendo quantificare la bellezza, la sensibilità femminile ne soffre?
Dispiace quando un gioiello non raggiunge il prezzo al quale dovrebbe performare, perché diventa un po’ una propria creatura. Cioè sto riferendomi non tanto alla sensibilità maschile o femminile ma a quella di un amante dell’arte, al di sopra di ogni valutazione.


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