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Le Donne dell’Oro: Francoise Izaute

È un lungo viaggio nel mondo dei preziosi, quello in cui Françoise Izaute ci accompagna. Attraverso cambiamenti sostanziali che ha indubbiamente vissuto da protagonista. Dal 2003 Executive Director di Platinum Guild International, la sua avventura parte, in realtà, da molto più lontano.
A Filadelfia, per la precisione, dove ho cominciato subito dopo la laurea in Economia e Commercio, a occuparmi di gioielli con diamanti. Non ero americana, non ero uomo, non provenivo da una famiglia già inserita in questo settore; eppure questa estrema ‘diversità’ probabilmente mi ha aiutato e sono riuscita immediatamente a intraprendere una soddisfacente carriera, ottenendo incarichi di responsabilità. Ho conseguito poi il diploma GIA, un percorso che mi ha, tra l’altro, confermato che la scelta del settore in cui continuare a sviluppare le mie competenze era quella giusta”

Poi l’arrivo in Italia. Per amore. Immagino non sia facile lasciare una carriera proprio quando si è al top.

Certo, il cambiamento è stato forte. Ma il settore, qui in Italia, mi ha riservato un’accoglienza più che calorosa, per certi versi inaspettata e davvero non ho avuto alcun motivo di rimpianto. Ho cominciato a lavorare per Cartier, in un momento in cui il mercato italiano era senza dubbio tra i principali per la Maison. E’ chiaro che in tale contesto le sfide erano sicuramente importanti, ma il successo che i progetti riscuotevano, altrettanto entusiasmante”.

È possibile individuare delle tappe fondamentali riferite alla sua esperienza, che possano aiutarci a ricordare i cambiamenti fondamentali di questo settore?

“Anni’90. Inutile dirlo. Erano anni in cui era facile proporre al cliente il proprio prodotto. Per Cartier, certo, ma anche per tanti altri eccellenti e meno eccellenti produttori. Poi De Beers. E’ stata significativa la partnership con JWT, colosso statunitense della comunicazione pubblicitaria: produzione e strategie di marketing e comunicazione erano praticamente inscindibili e questo ha portato alla costruzione di successi mondiali. Il primo solitario da collo, il famoso ‘punto luce’, è nato qui in Italia. Un progetto incredibile. E con un team internazionale, il lavoro è proseguito, fino al lancio di Trilogy. Erano anni in cui mi è stato possibile dare il contributo a decisioni in grado di cambiare le regole di un intero mercato. L’inizio del nuovo millennio è stato, per me, caratterizzato dal lavoro sulla divisione tra DTC e De Beers, altro momento di radicale cambiamento. Poi, dopo tanto tempo, l’opportunità di riavvicinarmi maggiormente alla vita d’azienda con Pasquale Bruni: un’esperienza importante per tornare a ‘toccare con mano’ la sensibilità del consumatore. Poco dopo, comincia la mia attività in Platinum Guild International.”

Nella sede di Milano di Platinum Guild International non si lavora solo sul mercato italiano, ma anche su quello francese. Un confronto utile?

Senza dubbio, direi. La Francia ha già attraversato la crisi e, in parte, elaborato delle soluzioni. Lo spirito di concorrenza è maggiore, rispetto all’Italia e, soprattutto, è un mercato con dati e numeri. Poter definire le dimensioni del consumo non solo consente di ragionare in termini strategici per affrontare crisi e difficoltà a livello interno, ma è un elemento essenziale per ottenere credibilità sui mercati internazionali e, ovviamente, da parte di potenziali investitori. L’Italia è veramente un caso particolare, da questo punto di vista.
Con Platinum Guild abbiamo fatto molti sforzi non solo lavorando sul valore aggiunto dei prodotti in platino, ma anche e soprattutto nel rafforzamento delle relazioni con i marchi internazionali anche di orologi, che, nella gran parte dei casi, hanno operato scelte strategiche e di posizionamento nette.
Si parla poi tanto di mercati ormai decisamente emersi, più che emergenti, come la Cina. Ecco, la Francia è un Paese che ha saputo sfruttare ogni risorsa per attrarre, ad esempio, i turisti e potenziare i consumi. Catene asiatiche di alberghi hanno aperto in Francia e stretto accordi commerciali con brand del lusso o catene delle grande distribuzione. Ma penso anche ad altre realtà turistiche importanti. Se noi italiani riusciremo a perdere anche questo treno, sarà un problema. Per quanto riguarda l’export in senso stretto, in Cina la distribuzione si sta strutturando con marchi forti, una storia in parte simile a quella giapponese. Non da ultimo, la comunicazione: da oltre dieci anni non si vede nulla di nuovo. Opportunità come quelle offerte dalla propensione del consumatore a vendere il proprio oro avrebbero potuto essere ben colte da parte, ad esempio, del dettaglio orafo. Anche dal punto di vista dell’immagine e della comunicazione, con strategie intelligenti e innovative, si sarebbe potuto fare molto, e la professionalità dei gioiellieri ne sarebbe uscita rafforzata.”

Un interruttore da riaccendere, dunque?

“Sì. In occasione dell’ultima edizione di Vicenzaoro, ho preso parte alla premiazione delle donne che si sono distinte nella propria attività, organizzata dalla Women’s Jewelry Association. Certo, una festa prima di tutto, ma durante la quale ho avuto modo di percepire una forte volontà di concretezza. Poche azioni, da portare fino in fondo. È l’unica strada”.

Festival del Film di Venezia Settembre 2011. Agatino Cappella, Françoise Izaute, Maurizio Bascetta alla presentazione dell’ “Ulivo Bianco”, scultura di marmo, platino e diamanti simbolo di pace fra i popoli. Il progetto avrà uno sviluppo commerciale attraverso linee di gioielli in platino e diamanti.

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