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La torinese che vuole unire l’Italia (orafa)

Per assumere certe responsabilità bisogna non aver paura degli impegni. E di impegni Licia Mattioli ne aveva tanti anche prima di accettare la presidenza di Confindustria Federorafi: due figli, amministratore delegato dell’Antica Ditta Marchisio (titolare dello storico punzone 1TO), vicepresidente di Confindustria Torino, componente di giunta di Confindustria, membro della giunta e del direttivo della Camera di Commercio del capoluogo piemontese. In più, una passione per l’arte in tutte le sue manifestazioni, coltivata in anni di esperienza come gallerista e fatta maturare ben oltre il puro livello estetico. Da brava torinese, le cose le ha sempre fatte sul serio, altrimenti ha rinunciato. Non per altro, nel 2010, questa quarantenne avvocatessa e imprenditrice e manager è stata insignita di un premio prestigioso come la “Mela d’oro” della Fondazione Bellisario.

Licia prenderà molto sul serio anche la presidenza di Federorafi, alla quale è stata eletta all’unanimità. Succede ad Antonio Zucchi, non più candidabile dopo due mandati, ed è la prima donna che in 65 anni viene chiamata a guidare l’organismo di rappresentanza degli industriali del settore, più di cinquecento fra orafi, gioiellieri, argentieri. Ma non stiamo a far tante meraviglie sulla presidenza femminile: oggi, a dio piacendo, non c’è più niente di cui stupirsi. Così come non c’è da dubitare delle capacità di guida del nuovo presidente.

Prendiamo un aspetto dei programmi che Licia Mattioli intende sviluppare nel prossimo triennio: l’aumento della visibilità del comparto orafo a livello nazionale. “E’ fondamentale” afferma “rappresentare i problemi e le esigenze del nostro settore in sedi importanti come gli organi direttivi di Confindustria. Antonio Zucchi, anche in questo campo, ha fatto tantissimo. E credo che sia chiaro a tutti quale ruolo abbia la visibilità, per esempio nell’orientare certe decisioni governative sulle politiche di sostegno del settore.”

C’è tanto da lavorare sia nel mercato interno sia nei mercati internazionali. Per l’Italia, Mattioli guarda a una sollecita approvazione della nuova legge sui titoli e sui marchi nonché delle norme sui materiali gemmologici.Dobbiamo tutelare il consumatore” dice “per non perdere la sua fiducia, così come dobbiamo operare per il consolidamento delle politiche a favore della reale liberalizzazione del commercio mondiale dei gioielli attraverso l’abbattimento dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie, per contrastare fenomeni negativi come la copiatura e la contraffazione, per rendere obbligatoria l’etichettatura dei prodotti extra-UE, tanto per accennare solo a qualcuno dei programmi sui quali Federorafi è impegnata da tempo”.

E naturalmente è fondamentale l’unità del settore” aggiunge Mattioli “nel senso di fare squadra, di superare il nanismo e il nostro tipico individualismo per creare una vera comunità del gioiello italiano in grado di affrontare le sfide della globalizzazione e riaffermare le caratteristiche distintive dell’eccellenza dei monili made in Italy in termini di design, creatività, artigianalità, tecnologia, innovazione.” E figuriamoci se, proprio nel 2011, una piemontese non pensava all’unità dell’Italia, sia pure di quella orafa. Uno sforzo che la costituenda comunità seguirà con comprensibile interesse e con grande simpatia. Buon lavoro, Licia!


1 commento

  1. marco picciali says:

    periamo bene!


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