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La sassata di Rapaport contro l’overgrading dei diamanti

Distratti dall’atmosfera natalizia, dalle guerre ai confini e dall’incertezza dell’economia continentale, agli addetti ai lavori europei è sfuggita la portata dell’attacco frontale che Martin Rapaport ha sferrato contro le certificazioni scorrette e disoneste. Il fondatore dell’omonimo gruppo, che dalla fine degli anni ’70 pubblica quello che è divenuto l’effettivo listino dei diamanti all’ingrosso, ha decisamente alzato la voce nel numero di novembre della sua rivista rompendo una volta per tutte i veli della diplomazia.

Diamond rapaport

La comunità commerciale e scientifica assieme agli stessi giganti dei certificati dei diamanti (GIA, HRD, IGI) ha infatti sempre usato una certa circospezione e prudenza nell’affrontare lo spinoso tema dell’attendibilità dei certificati gemmologici. Pur consapevoli delle vaste aree di ambiguità che a volte possono minacciare la corretta valutazione delle gemme si era sempre ritenuto che dare enfasi all’overgrading da parte di pochi istituti avrebbe finito per danneggiare la credibilità dell’intera industria dei preziosi agli occhi del consumatore finale. Rapaport fa invece nomi e cognomi e chiama esplicitamente in causa l’EGL International, un istituto che fa parte del gruppo EGL basato in Israele e ramificato in Asia, India, Turchia, Cina, RSA, USA. Ciascuna filiale usa lo stesso brand ma opera con criteri differenti, a volte in aperto contrasto tra loro. EGL USA ad esempio emette report più attendibili e fa per così dire da ombrello all’EGL International.

L’accusa è precisa: si usa la terminologia GIA ma con standard propri che di fatto possono arbitrariamente migliorare il colore fino a 5 gradi. Rapaport smantella come pretestuose le ragioni avanzate dagli istituti a difesa della generosità dei propri report. Secondo costoro non esisterebbe uno standard internazionale: falso, il GIA è comunemente accettato come istituto di riferimento negli USA. Per la verità – potremmo aggiungere noi – non solo negli Stati Uniti. LMHC e CIBJO hanno già da tempo adottato i criteri GIA come standard di riferimento internazionale facendo di fatto giurisprudenza. Appare poi inconsistente la pretesa dell’EGL International di qualificare la pratica di valutazione come assolutamente soggettiva: con i master le linee di confine sono esattamente tracciate e con un grado di tolleranza per purezza e colore è possibile contenere la soggettività dell’ispezione (le condizioni visive possono variare dalla propria posizione sul globo terrestre, dalle condizioni psicofisiche dell’analista etc.).

Il j’accuse si estende poi alle zone grigie della distribuzione, a coloro che rivendono i diamanti supervalutati nascondendo le proprie responsabilità dietro il certificato. In Italia, stante la legislazione vigente, è possibile ma difficile che si possa sanzionare l’eventuale intenzione fraudolenta. Negli Stati Uniti l’ordinamento verte sui poteri di un’Agenzia Federale, la FTC che si ispira alle consuetudini condivise dalle categorie, quindi agli standard GIA. In tale ottica il consumatore finale, sempre protetto in quanto non esperto della materia, può rivalersi direttamente sul negoziante che invece, in quanto esperto, è tenuto a controllare la veridicità del certificato. Nessun rimborso dunque dal grossista.

diama

Per tutti il caso di Rick Chotin, un negoziante del Missouri che aveva venduto abbondantemente negli anni Novanta diamanti con fratture riempite col metodo Yehuda. Pensava che praticare prezzi molto bassi lo dispensasse dal rivelare il trattamento: una class action sostenuta dalla Procura lo multò e lo obbligò alla restituzione del denaro. Non poté rivalersi sui fornitori e si suicidò nel 1994. Cosa accadrà all’industria dei diamanti se oggi si stima che siano stati venduti un miliardo di dollari di gemme sopravvalutate? Martin Rapaport ha fatto seguire alle parole i fatti: fuori tutte le pietre EGL (senza distinzione tra i branch) dal Rapnet. Risposta EGL: faremo ordine nel gruppo, elimineremo l’EGLI, ma continueremo ad usare i nostri criteri. “I nostri master sono lievemente differenti – sostiene il nuovo manager EGL Menahem Sevdermish – da quelli del GIA: abbiamo dovuto modificare i gradi 0,1,2,3 in D-E-F, perché questi termini hanno preso il sopravvento”.

Le sfumature terminologiche, le costruzioni degli standard, le aree di ambiguità, la carenza di ordinamenti internazionali condivisi dai singoli stati sono elementi che si traducono in milioni e milioni di dollari di fatturato per l’industria dei certificati gemmologici e in miliardi di dollari di valorizzazione di gemme al dito delle donne di tutto il mondo. E se consideriamo che si vocifera che il gruppo Rapaport intenda lanciare un suo proprio report possiamo comprendere quanto grande sia la posta in gioco dietro del sasso etico lanciato da New York.


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