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La preziosa fragilità del vetro

Sul sagrato del Duomo lascio sciatti turisti spendere il loro tempo in monotoni selfie per incamminarmi verso il Complesso museale di Santa Maria della Scala e scopro che qui, più che altrove, si srotola la storia millenaria di Siena.

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Dal Pellegrinaio, scendendo giù giù sempre più in basso verso stretti cunicoli traboccanti di reperti archeologici, guardo la città medievale svelarsi tra arte e devozione. Siamo sulla via Francigena e l’essenza della cristianità trasuda da ogni dove.

Tutto parla di fede e misticità, dagli affreschi alle sculture alla sconfinata oggettistica di devozione, ma è una piccola ampolla, misera cosa a cospetto dei preziosi reliquiari, a impadronirsi della mia attenzione.

Appesa a un pezzo di corda ha al suo interno un liquido scuro che ne imbratta le pareti. La targhetta recita: “Officina orientale – Reliquiario a fiala con il sangue di Cristo – VIII secolo d.C.”. Siamo lontani culturalmente dalla prospettiva medioevale che sanciva dogmaticamente l’autenticità dei così detti strumenti della Passione, ma avverto come un sentimento strano, quasi una connessione tra me e la vita che un tempo quel sangue nutrì.

E mi emoziona pensare che non l’oro, non le gemme, non le perle ma il solo umile e fragilissimo vetro possa fare da baluardo e difensore della spiritualità in esso custodita senza mortificarla, bensì di promanarne il valore.


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