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La gioielleria italiana come chiave per capire il mercato mondiale. “Calo dei consumi la vera causa del crollo”

La quota di preziosi italiani all’estero è passata dal 40 al 10% in 12 anni: il report della Metallis Consulting presentato a Roma analizza le difficoltà del comparto

L’analisi del mercato italiano della gioielleria come occasione per trarre conclusioni sul mercato mondiale dell’oro: il report della Metallis Consulting, presentato durante la 14esima Conferenza della London Bullion Market Association – associazione che riunisce soggetti dediti al commercio all’ingrosso di metalli preziosi – che si è tenuta a Roma nei giorni scorsi.

Focus anche sulla gioielleria, anche perché in Italia è questo l’utilizzo principale del metallo prezioso: l’indagine illustrata dal direttore di Metallis Consulting, Neil Meader, ha ripercorso la storia del settore degli ultimi 15 anni, in cui le difficoltà del comparto orafo italiano sono via via cresciute. Questo ha portato a un crollo delle importazioni di lingotti da 390 tonnellate nel 2000 a meno di 100 tonnellate di 2009.

“Se questo incide su consumi inferiori allora è rilevante – ha spiegato Meader -. Il nostro report dimostra che la perdita più c0nsistente – circa il 70% – è derivata dal calo dei consumi di gioielleria in Europa e Nord America”. Il mercato si è ridotto di un quarto rispetto agli anni Novanta, e le tonnellate importate nel 2012 si sono fermate a 62 (-15% rispetto al 1998).

Le quote di export di gioielleria italiana nell'ultimo decennio

Malgrado il calo di inizio anno relativo al prezzo del metallo, il consumo è rimasto debole ma ci si aspetta una ripresa dalla seconda metà dell’anno nell’importazione di lingotti: un dato generalizzabile all’intero comparto, secondo la Metallis Consulting, dal momento che l’oro lavorato in Italia è importato e la stragrande maggioranza dei gioielli viene esportata.

Le quote di export della gioielleria italiana negli anni Novanta

Alla fine degli anni Novanta, la fabbricazione italiana di gioielli, come dimostrato dai dati da Thomson Reuters GFMS , crebbe fino a superare le 500 tonnellate, pari a oltre il 10% della domanda totale di oro, rendendo il paese il più grande esportatore di gioielleria in oro (soprattutto in Europa e Nord America). Allora, paesi produttori in cui i costi del lavoro erano più bassi, come Indonesia e Turchia, non erano ancora in grado di competere. Da allora, però, si è scesi vertiginosamente sotto le 100 tonnellate. I primi segnali di calo si sono avuti già alla fine degli anni Novanta; nel 2012 le importazioni sono scese del 21% rispetto al 2000.

I driver che stanno dietro il crollo sono da rintracciare nel calo dei consumi in ambito domestico ma anche nei mercati di esportazione, e nella concorrenza di altri produttori di quegli stessi mercati. Secondo il report presentato alla Conferenza di Roma, hanno inciso anche la biforcazione del mercato (il consumatore sceglie sempre più spesso o prodotti di scarso valore o di alto di gamma, a spese della fascia media), la rivalità di altri beni di consumo (come quelli tecnologici) e di altri metalli e materiali alternativi nonché la crescita dei marchi a scapito dei prodotti unbranded.

“E’ dannosa come gli altri fattori appena elencati anche la circostanza per cui il mercato della gioielleria si comporta in modo conservatore – così Meader prosegue nella sua analisi – e questo aiuta a spiegare perché si ritiene che ogni anno l’utilizzo del metallo si riducadel 2-3%. Nel periodo da noi considerato (2000-2012) questo vuol dire una quota di 200-250 tonnellate di consumo perso“.

Le regioni di destinazione della gioielleria italiana nel 1999

Quadro economico generale e prezzo dell’oro completano il quadro. A incidere sulle performance italiane sono state soprattutto le esportazioni: dal 40% di consumo estero del 2000 a poco più del 10% del 2012. Il calo è dovuto soprattutto agli Stati Uniti, dove la quota è scesa di circa un terzo nell’ultimo decennio e ad accaparrarsela ci hanno pensato India e Cina.

Il report tocca anche la questione dazi come causa del calo: questo soprattutto nei confronti degli Stati Uniti, dove la barriera in entrata sui prodotti italiani è di circa il 6%, a fronte di costi zero per i suoi rivali principali; il fenomeno ha generato spesso una triangolazione attraverso i paesi che hanno accesso duty-free negli Usa.

L'export italiano per regione nel 2012

“La nostra ricerca suggerisce che – conclude lo studio di Meader -, se l’Italia fosse stata in grado di mantenere la quota di export di cui godeva nel 2000, le sue spedizioni nel 2012 sarebbero state di circa 100-120 tonnellate in più. Dato che le perdite della produzione derivanti dal calo del consumo domestico sono state di gran lunga inferiori a quello estero, i danni da calo di export equivalgono a circa 200 tonnellate. Il potenziale della ripresa dei consumi non è grande in termini di tonnellaggio, ma vi è ancora margine per un recupero in termini percentuali. I nostri dati ci dicono che già nella prima metà del 2013 il commercio estero è aumentato di circa il 20%“. Fari puntati dunque sui mercati importanti, come Stati Uniti, Dubai e Cina.

“La mia esperienza è che i produttori tendono a incolpare paesi rivali come ad esempio la Turchia, ma ciò che risulta a me è che la causa principale è il calo dei consumispiega a Preziosa magazine Neal Meader -. Il che è positivo perché, se si assiste a un calo del prezzo dell’oro e a un miglioramento del contesto economico, la produzione di gioielleria italiana potrebbe godere di una buona ripresa”.


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