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La crociata di Milena Gabanelli verso il diamante sintetico: è davvero più ‘green’?

Le questioni in ballo sono tante: confusione tra sintetico e naturale, certificazioni, possibili truffe.

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Loredana Prosperi (IGI):
Cresce sempre più l’importanza
della certificazione”


Diamanti sintetici, il diffondersi sul mercato di gemme create in laboratorio continua a generare fermento nel settore. Come Preziosa magazine sostiene già da tempo, come dimostrano i diversi approfondimenti dedicati al tema, il fenomeno presta il fianco a una serie di considerazioni ad ampio raggio che coinvolgono tutti gli attori della filiera, incluso il consumatore. Se infatti alcune lobby, anche estranee al settore, percepiscono il sintetico come alternativa eco-compatibile e a basso impatto ambientale, si comprende perché i giovani appaiano più predisposti a questo tipo di prodotto.

“Il mercato del sintetico è rivolto ai giovani, dai 25 ai 40 anni, che lo trovano più etico, sostenibile e meno caro”. A spiegarlo è Milena Gabanelli, giornalista da sempre impegnata in battaglie etiche, che prende posizione sul Corriere della Sera con un ampio servizio mettendo a confronto, anche attraverso le immagini utilizzate, le dure condizioni di lavoro nelle miniere di estrazione – necessarie alla produzione dei diamanti naturali – e la asetticità dei laboratori in cui si produce il sintetico, spingendo verso un conseguente favore verso quest’ultimo.

Anche perché il servizio della Gabanelli racconta in modo dettagliato tutti i costi (economici e umani) della produzione di una gemma naturale “per estrarre un carato di diamante – si legge nel servizio – è necessario «picconare» 3 tonnellate di roccia, utilizzare 9 litri di carburante e 2.534,78 di litri di acqua. A cui vanno aggiunte le violenze e il mancato rispetto dei diritti umani ancora diffusi in alcuni Paesi africani”ma non è spiegato altrettanto nel dettaglio qual è il costo di una pietra coltivata in laboratorio.


Lo schema pubblicato dal Corriere della Sera
Lo schema pubblicato dal Corriere della Sera

Se c’è uno slancio in avanti verso questo tipo di prodotto, è evidente che le categorie coinvolte – società minerarie, aziende di raffinazione, produttori e gioiellieri – si trovano al cospetto di un fenomeno da tenere in considerazione e affrontare con la giusta consapevolezza, per rispondere alle esigenze della clientela sempre più attenta al rispetto dei diritti umani e ambientali. Quali sono questi strumenti? Per iniziare, di sicuro conoscenza e trasparenza. In Italia, come del resto in Europa, manca una normativa omogenea di riferimento. Le questioni in ballo sono tante: confusione tra sintetico e naturale, certificazioni, possibili truffe.


Di recente è stato annunciato il lancio di un nuovo brand della De Beers che utilizza pietre non naturali


Facciamo un piccolo passo indietro che ci serva da premessa: in tema di diamanti sintetici lo spartiacque più recente è stato l’annuncio, a fine maggio, di un nuovo brand della De BeersLightbox jewelry – per coprire l’offerta di gioielli con pietre non naturali. Il comparto si è immediatamente diviso tra possibilisti – che approvano il principio secondo il quale la gemma sintetica comporterebbe un minor impatto ambientale e sociale rispetto a quella naturale, che prevede attività estrattive e di lavorazione non sempre trasparenti – e contrari, in virtù dell’associazione automatica “diamante = naturale” su cui si sono fondate, almeno fino a oggi, l’essenza della gioielleria e la sua comunicazione.

Dopo l’annuncio di De Beers, è passato poco più di un mese perché fossero avviati i lavori dello stabilimento della filiale Element Six in Oregon: una volta a regime – le stime parlano del 2020 -, produrrà 500.000 carati di diamanti grezzi all’anno destinati alla linea di gioielleria Lightbox e occuperà circa 60 persone. Un investimento consistente per la De Beers, circa 94 milioni di dollari in quattro anni, per aggiungere una nuova struttura produttiva della Element Six a quella già esistente nel Regno Unito.

Il brand Lightbox verrà lanciato negli Usa a partire da settembre di quest’anno e sarà inizialmente disponibile per i consumatori statunitensi attraverso il suo sito e-commerce, con partnership commerciali che saranno annunciate in futuro. I diamanti sintetici del marchio – inizialmente nelle colorazioni rosa, bianchi e blu – verranno venduti solo montati su pezzi di gioielleria.


Sintetico si, sintetico no


Sintetico sì, sintetico no: tante le implicazioni del fenomeno, soprattutto dal punto di vista del consumatore. Proprio per monitorarlo e per informare la categoria, Federpreziosi ha istituto un mese fa, durante l’Assemblea annuale che si è svolta a Palermo, un’apposita Commissione Gemmologica, presieduta dal Vice Presidente di Federpreziosi, Roberto Duranti e di cui fanno parte i componenti del Direttivo, Enrico Natoli, Giovangiuseppe Lanfreschi, Antonio Dascoli e Salvatore Ciulla.

Un’attività, quella dell’Associazione di Confcommercio, che è passata attraverso diverse iniziative come il roadshow organizzato in collaborazione con IGI-Istituto Gemmologico Italiano “Il Diamante: scienza e commercio istruzioni per l’uso” che ha toccato molte città italiane. Anche a livello internazionale, comunque, la diatriba sembra muoversi in modo più o meno sottile. A gennaio, è stata diffusa la Diamond Terminology Guideline, sviluppata da nove delle principali organizzazioni del settore dei diamanti e della gioielleria (AWDC Antwerp Word Diamond Centre, Cibjo, Diamond Producers Association, GJEPCIndia, IDI The Israeli Diamond Industry, IDMA International Diamond Manufacturers Association, USJC U.S. Jewelry Council, WDC World Diamond Council e World Federation of Diamond Bourses).

Il documento chiarisce infatti le terminologie corrette per parlare dei due differenti prodotti, rivolgendosi a organizzazioni, commercianti e dettaglianti. Il comparto sembra così alla ricerca di regole più chiare, dal momento che il consumatore, di certo non un esperto del settore, può facilmente trovarsi di fronte all’incertezza rispetto a ciò che sta acquistando (o che vuole acquistare). Uno dei punti cruciali, infatti, sembra essere proprio questo: il consumatore ha percezione della differenza? Ha idea del trambusto che travolge il mercato? Esistono strumenti, legislativi o di altro tipo, che possano tutelarlo dal rischio di acquistare una gemma sintetica spacciata per naturale?



Loredana Prosperi (IGI): “Cresce sempre più l’importanza della certificazione”

loredana prosperi diamanti sintetici“In futuro, da questo momento in poi, il consumatore dovrà ancor di più chiedere che ogni gemma acquistata venga accompagnata da un documento di analisi gemmologica emesso da un Istituto Gemmologico serio, riconosciuto dal settore e che collabori con enti normatori”. È la posizione di Loredana Prosperi, responsabile del laboratorio di analisi dell’IGI (Istituto Gemmologico Italiano), che spiega come manchi, tanto a livello italiano quanto in Europa, una legislazione dedicata. Molti sono stati i tentativi di sottoporre a norme più stringenti i materiali gemmologici: a partire dal 2004, infatti, si contano diversi disegni e proposte di legge, nessuno dei quali è mai arrivato a concludere l’iter.


Schema Disegni di legge

2004 (14esima legislatura) Proposta di legge 4814onorevole Mazzocchi

2005 (15esima legislatura) Disegno di legge n. 3293onorevole Nieddu

2008 (16esima legislatura)Proposta di legge 225onorevole Mazzocchi / 2013Proposta di legge 2274onorevole Mattesini: Approvato il 30 novembre 2011 in testo unificato. Trasmesso al Senato. Esame in Commissione iniziato l’11 settembre 2012.

2017 (17esima legislatura)Disegno di legge 2830onorevole Colucci


In Italia, dunque, al momento non esistono leggi destinate in modo specifico ai materiali gemmologici. Quali sono allora i confini giuridici?

“Alla questione sono attinenti almeno due interventi giuridico-legislativi – prosegue Loredana Prosperi -. l’art. 515 del codice penale, Frode nell’esercizio del commercio” che recita: ‘Chiunque, nell’esercizio di una attività commerciale, ovvero in uno spaccio aperto al pubblico, consegna  all’acquirente una cosa mobile per un’altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità e quantità, diversa da quella dichiarata o pattuita, è punito, qualora il fatto non costituisca un più grave delitto, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a euro 2065. Se si tratta di oggetti preziosi, la pena è della reclusione fino a tre anni o della multa non inferiore a Euro 103’. Quindi sembra abbastanza chiaro che è obbligatorio l’utilizzo di una corretta nomenclatura gemmologica, bisogna sempre dichiarare se la gemma è naturale o sintetica (cioè prodotta in laboratorio) e nel caso di gemma naturale dichiarare se sono presenti  eventuali trattamenti”.


L’utilizzo di una corretta nomenclatura gemmologica è obbligatorio


A tutela di chi compra, inoltre, ricorda la Prosperi, c’è anche il Codice del Consumo (Decreto Legislativo 6 settembre 2005, n. 206) che impone chiaramente l’uso di una denominazione corretta per definire il prodotto venduto e in particolare nel Titolo II – Informazioni ai consumatori, fa riferimento al contenuto minimo delle informazioni da fornire al cliente: denominazione legale o merceologica del prodotto; nome o ragione sociale o marchio e alla sede legale del produttore o di un importatore stabilito nell’unione europea; Paese di origine se situato fuori dell’unione; eventuale presenza di materiali o sostanze che possono arrecare danno all’uomo, alle cose o all’ambiente; materiali impiegati ed ai metodi di lavorazione ove questi siano determinanti per la qualità o le caratteristiche merceologiche del prodotto; istruzioni, eventuali precauzioni e destinazione d’uso, ove utili ai fini di fruizione e sicurezza del prodotto.

“Quindi il Codice del Consumo prevede l’obbligo dell’utilizzo della corretta nomenclatura da parte del venditore – spiega anche la responsabile del laboratorio IGI – , il quale deve sempre dichiarare gli eventuali trattamenti in quanto determinano la qualità della gemma e dovrebbe anche fornire indicazioni sulla fragilità o stabilità del materiale gemmologico che sta vendendo”.

GEMMOLOGIA Claudio Tomassini.tifUn’analisi, quella di Loredana Prosperi, condivisa da Claudio Tomassini, partner dello Studio Legale De Carolis di Roma e fin dagli anni ’80 coinvolto a vario titolo nell’esame di temi legati al mondo della moda e della gioielleria: è stato infatti direttore di Confedorafi, responsabile dell’area legislativa, normativa tecnica e tutela della proprietà intellettuale di Assicor – Unioncamere prima e di Unioncamere – Unionfiliere poi; coordinatore del gruppo di lavoro “Metalli preziosi e gemmologia” dell’ente italiano di standardizzazione UNI.

“In quest’ultima legislatura (la XVIII), iniziata lo scorso 23 marzo, non è stato ancora depositato alcun progetto legislativo in materia – precisa l’avvocato -. Anche a livello europeo non vi sono normative “soddisfacenti” in materia (qualche norma c’è in Francia, nei Paesi baltici e in alcuni Stati dell’est). A livello comunitario il vuoto assoluto”.

L’unica speranza è allora riposta nel codice penale e nel codice al consumo. Qualora il venditore sia condannato per truffa, l’acquirente ha diritto al risarcimento del danno? “Certo – spiega Tomassini –, ma è, comunque, a carico del consumatore dimostrare che il venditore ha fornito una scorretta descrizione del prodotto. Ovviamente anche il commerciante può correre il rischio di essere “truffato” dagli “acquirenti”, con una sostituzione della pietra preziosa e successiva denuncia”.

A quali altre norme si può fare riferimento allora? “Per una corretta descrizione dei materiali gemmologici è consigliabile far riferimento alle norme UNI in materia (UNI 9758, UNI 10173 e UNI 10245) che, pur non essendo “cogenti” (si tratta, infatti, di norme tecniche “volontarie”), possono essere richiamate in caso di contenzioso – prosegue Tomassini -. È auspicabile però che si possa giungere ad una regolamentazione legislativa del mercato dei materiali gemmologici, con l’approvazione della proposta di legge sopra ricordata, che garantirebbe venditori e acquirenti”.


Le associazioni di consumatori, finora, non si sono ritrovate al cospetto di segnalazioni di comportamenti scorretti o di truffe.
galvagni“Non abbiamo elementi sulla percezione dei consumatori sul diamante sintetico né, al momento, abbiamo ricevuto segnalazioni di truffe relative all’acquisto di diamanti acquistati come autentici e poi rivelatisi, a fronte di esami di laboratorio, sintetici – dichiara Danilo Galvagni, Vice Presidente di Adiconsum-. In questi casi, comunque, il nostro consiglio è quello di sporgere subito denuncia per truffa, producendo gli esami del laboratorio attestanti la sinteticità del diamante. Un consiglio preventivo che ci sentiamo di dare è quello di acquistare presso negozi di gioielleria che rilascino una certificazione sull’autenticità del diamante indicante le c.d. 4C, cioè le 4 caratteristiche principali: peso in carati, colore, purezza e taglio. Come Adiconsum, ci stiamo occupando di diamanti, ma come tipo di investimento. Purtroppo, infatti, molti consumatori che avevano investito i propri risparmi nell’acquisto di questa pietra preziosa, nel momento di liquidarli, si sono trovati di fronte ad una domanda di acquisto inesistente differentemente da quanto pubblicizzato da broker finanziari all’interno di alcuni istituti bancari. L’Autorità per le garanzie della Concorrenza e del Mercato (Antitrust) ha ufficialmente sanzionato le banche e i broker per informazioni ingannevoli e omissive nei confronti dei consumatori. Nei giorni scorsi, Adiconsum ha avviato un confronto costruttivo con il Banco BPM in merito alle iniziative da mettere in campo per dare ristoro ai risparmiatori che si sono rivolti all’Associazione per chiedere assistenza e tutela”.



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