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La “Casa dell’Orafo”. 70 anni d’arte a due passi da Ponte Vecchio

Settant’anni di arte preziosa a due passi da Ponte Vecchio. Si chiama non per nulla “Casa dell’Orafo” il palazzo dove dal Dopoguerra prendono forma gioielli creati dalle sapienti mani degli artigiani che l’hanno eletta loro seconda dimora a Firenze. Alcuni vi hanno trascorso la vita, iniziando da giovanissimi apprendisti quando avevano una quindicina d’anni e poi aprendo un proprio laboratorio. Altri, invece, sono arrivati da poco o stanno allestendo ora il proprio spazio in un luogo che trasuda storia, tradizione e quella manualità frutto degli insegnamenti dei maestri e dei tanti anni passati “al banchino”.

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Paolo Foggi

 

Tra i ragazzi di bottega di una volta c’è Paolo Foggi, del laboratorio Perseo 2000, tra le cui passioni c’è la storia della “Casa”. «Durante la Seconda Guerra Mondiale – racconta – i tedeschi lasciarono in piedi solo Ponte Vecchio, attorno al quale, però, rasero al suolo i quartieri dove si trovavano tanti laboratori. Così dopo la fine del conflitto la Società di mutuo soccorso tra gli orafi trovò un accordo con l’istituto diocesano, proprietario di questo palazzo rimasto abbastanza integro e lo restaurò a proprie spese, creando delle stanze. In cambio l’istituto concesse per 10 anni il comodato d’uso gratuito».

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Roberto Pasi

 

Nel 1947, quindi, ripresero le attività e poco dopo arrivò uno dei maestri di Foggi, Roberto Pasi, ancora all’opera oggi a 76 anni, 61 dei quali passati in quel laboratorio. «Entrai a 15 anni nella bottega di Guido Bandinelli, uno dei primi ad aprire qui, poi quando smise la rilevai io, “ereditando” anche i ragazzi. Oggi invece è difficile avere un apprendista, ma arrivano studenti in alternanza scuola-lavoro». Tra i ragazzi c’era appunto “il Foggi”. «Non avevo voglia di studiare e nel 1970 provai questa strada… poi mi piacque e continuai. Il primo lavoro completamente mio, però, lo feci nel 1974, dopo tanta gavetta. All’epoca conobbi anche alcuni dei primi orafi, poi la confraternita si sciolse, mentre io rimasi e trovai una mia stanzetta. Tanti negli anni purtroppo hanno chiuso, ma c’è ancora una clientela che si rivolge agli artigiani».

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Francesca Santoni

 

Nel 1977 cominciarono ad arrivare anche le prime ragazze, tra cui Francesca Santoni. «Nessun laboratorio voleva assumermi, perché le mogli sarebbero state gelose. Poi ne trovai finalmente uno con un vedovo, uno scapolo e due apprendisti». Tra i quali Foggi, amico di lunga data, che sorride beffardo. «Mi fecero ogni sorta di scherzi, a volte la sera tornavo a casa e piangevo. Ma resistetti e trovai una famiglia. Per me Roberto [Pasi] è come uno zio, è una persona splendida. Il clima all’epoca era molto goliardico, a carnevale orafi sessantenni si lanciavano torte in faccia, oggi è un po’ diverso, ma ancora c’è condivisione e le lavorazioni vengono fatte quasi tutte internamente, visto che ci sono anche cesellatori, incisori e incassatori».

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Thomas Lorenzoni

 

E non mancano i giovani, come Thomas Lorenzoni, di 31 anni. «Sono stato allievo di Paolo – racconta – poi per un po’ ho cambiato strada. Volevo ricominciare e quando mi ha segnalato che si liberava una stanza ho accettato. L’idea mi piace per il fatto di non essere solo e poter condividere strumenti ma anche chiedere consigli. Qui posso imparare moltissimo. Nel frattempo però porto anche avanti le nuove tecnologie, come il Cad».

 


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