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La Bulla: nel cuore di Napoli il cuore dell’artigianato

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Quel banco da lavoro in ciliegio ha circa 250 anni; è quello che viene chiamato, nel settore, il “banco napoletano”. Antichissimo, eppure già ergonomico e pronto ad accogliere l’artigiano per consentirgli di lavorare i metalli e le pietre preziose. Attorno, centinaia di ferri e lime, stampi, trapani manuali e padelle per asciugare gli oggetti, fino al primo bollo di fabbrica dell’epoca di Mussolini come dell’inizio del Novecento è la pressa che serviva, in tempi di carestia di oro, di realizzare il cosiddetto “plaqué”, una sorta di lega composta da uno strato di oro e una di ottone. Sono solo alcuni degli oggetti che popolano l’area Museo della Bulla, l’incubatore di Imprese del Polo Orafo Napoletano, nato per accompagnare lo sviluppo di giovani imprese, favorire la riqualificazione del centro storico della città e creare nuova occupazione con la collaborazione dei più importanti maestri gioiellieri della tradizione napoletana.

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La struttura, di proprietà del Comune di Napoli, si trova in Via Duca di S. Donato, a poche centinaia di metri dal Duomo cittadino, e a gestirla è il Consorzio Antico Borgo Orefici. Qui dove nacque una delle prime corporazioni del Regno di Napoli, quella degli Orefici, quasi mille anni fa, oggi vive ancora un’antica arte. Attraverso la manualità degli artigiani che vi lavorano tutt’oggi, ma anche attraverso il percorso di apprendimento e di startup che, alla “Bulla”, prende forma nell’attività di giovani e meno giovani.

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Quattro piani, un’area per le conferenze, sei laboratori al momento incubati e un ampio spazio – recentemente riadeguato – dedicato alla scuola, un biennio di formazione che sforna allievi in grado, al termine degli studi, di curare la progettazione, la creazione e la produzione di un gioiello.

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L’idea è quella di creare artigiani, certo, ma anche imprenditori. Tra i docenti del corso, Salvatore e Michele Garofalo, terza generazione di una dinastia di orafi (i pezzi d’epoca ospitati nel Museo della Bulla appartenevano alla loro famiglia) che, a parlar dei loro allievi, quasi si commuovono. “Ci vuole molta esperienza per insegnare un mestiere così legato alla manualità – spiega Salvatore, 48 anni: il suo primo contatto con il banco orafo risale a quando ne aveva 8 – ma con i ragazzi si crea sempre un rapporto speciale, che ci fa aggirare le difficoltà”. E i segreti del mestiere? “Li condivido tutti: voglio lasciare l’impronta di ciò che faccio”.

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La “Bulla”, però, oltre ad essere una scuola, è anche e soprattutto un incubatore di imprese: chi vince il bando comunale può restare nella struttura per 5 anni. La tempistica cambia per il Creative Lab, un laboratorio in cui i migliori allievi possono lavorare (con linee proprie) per un massimo di 18 mesi. Adesso, qui, lavora una coppia di giovani donne: Francesca, napoletana, ex studentessa di Ingegneria, e Annalisa, originaria di Reggio Calabria e, prima di sbarcare alla Bulla, ingegnere civile. Insieme progettano e producono gioielli ispirati alla Grecia. Il loro neonato marchio si chiama Tempio Aureo: orecchini, bracciali, pendenti, ogni oggetto è dedicato a un dio e alla leggenda che lo circonda. “Speriamo di restare anche oltre il tempo previsto per il Lab, magari come azienda incubata” dicono Francesca e Annalisa.

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Alla Bulla la prima azienda per anzianità (è insediata dal 2012) è quella di Ilaria Mainini, che si occupa di design e progettazione. Laureata in Architettura e Design della Moda alla Seconda università di Napoli, Ilaria si è specializzata a Roma, in prototipazione 3D e progettazione del gioiello. Attorno a lei, computer, prototipi e una stampante professionale per realizzare oggetti in resina che poi diventeranno preziosi. Le attrezzature le ha comprate con un prestito d’onore e oggi lavora a stretto contatto sia con altre aziende incubate sia con imprese esterne che le commissionano progetti. Tra le sue attività, anche quella di insegnante alla scuola orafa della Bulla, dove naturalmente si occupa di progettazione, disegno e storia del gioiello.

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Les Folies Gioielli è invece l’azienda di Nicola Morra. Ventinove anni, una lunga gavetta in botteghe orafe del Borgo Orefici seguita al diploma d’Istituto d’arte. Con orgoglio racconta di aver trascorso molti anni a “girovagare” in aziende diverse, per osservare al lavoro maestri orafi differenti e apprendere, da ciascuno, una tecnica. I suoi gioielli hanno uno stile ben preciso: per lo più in argento, qualche collezione anche in bronzo, per una lavorazione martellata e brunita che conferisce ai suoi oggetti un aspetto fuori dagli schemi. Pietre idrotermali, ma anche corallo e lapis fanno capolino nelle collezioni rinnovate ogni anno. L’ispirazione, di solito, gli viene alla sera: sul comodino un block notes consente a Nicola di prendere appunti, da realizzare l’indomani nel suo laboratorio.

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È un “nipote d’arte” invece Gino De Santis, che realizza gioielli artigianali. La passione è nata osservando suo zio, Silvio De Santis, che oggi lavora al laboratorio accanto con il marchio Stile D’oro. “Con il gioiello è stato amore a prima vista – racconta Gino, che firma con nome e cognome le sue creazioni – e crescere in un ambiente dove potevo vederli nascere è stata la fortuna più grossa che ho avuto. Sognavo di avere un mio marchio: oggi realizzo prodotti in argento e bronzo con pietre naturali, mi piace chiamarli mini-sculture da indossare”. Le uniche fiere che, per ora, frequenta sono quelle oltreoceano, tra Las Vegas, New York e Miami. Lì, negli Stati Uniti, le sue collezioni sono molto apprezzate. “È in Italia che il made in Italy non funziona, altrove ne vanno pazzi”. Per il suo futuro sogna una grande azienda? “Una gigantesca fabbrica non mi interessa – precisa -: mi piace quello che faccio così com’è, tuttalpiù mi piacerebbe assumere altri appassionati come me”.

bulla-10Guarda i giovani artigiani con la tenerezza di chi ha una esperienza davvero lunga e complessa. Quasi un consigliere per molti degli orafi della Bulla, Silvio De Santis, l’orafo che nelle sue creazioni fa parlare la storia e la poesia: sua la colomba che stringe due mani e la stella di David regalata, all’indomani dell’assassinio di Rabin, in Israele, alla nipote dello statista. “A Napoli abbiamo una fantasia che non c’è altrove – spiega – ma per i giovani è davvero tutto più difficile. Il mercato si è ridotto dell’80% e molti provvedimenti dei governi, come il limite all’uso dei contanti, non stimolano l’intraprendenza, la reprimono”.


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